Sono solo il prodotto di scarto della vostra immaginazione

Categoria: Raccolte, Cicli, Saghe Page 1 of 2

La guerra alle nuvole

(I racconti della Zia Pazza – nr.1)

Tanto tempo fa, prima ancora della nascita dei C’era una volta, la vita scorreva lieta in un mondo senza stati in guerra e sovrani capricciosi. A dire il vero, non solo non esistevano re e regine e principi e principesse, ma tutti gli esseri umani erano ancora là da venire. A parte questa mancanza, in fondo insignificante, il mondo era così come lo conosciamo noi oggi, con fiumi, laghi, montagne e colline, deserti e mari e oceani e valli dove branchi di angurie selvagge rotolavano libere, e se non avete mai visto delle angurie rotolare libere significa che non avete mai davvero osservato il mondo intorno a voi. E, in effetti, a voler essere davvero precisi e onesti, a parte gli esseri umani, mancava in quel mondo anche un’altra cosa. Mancava la pioggia. Eh, lo so che adesso vi chiederete come sia possibile un mondo pieno di vita senza la pioggia, avete ragione, sembra strano ma è così, l’acqua evaporava come sempre e come sempre il vapore acqueo formava le nuvole ma poi quella stessa acqua ricadeva al suolo non sotto forma di simpatiche gocce ma come nebbia che tutto delicatamente impregnava. Questo fino a quando un giorno, verso l’ora di pranzo, vuoi perché chi aveva progettato quel mondo decise di cambiare o semplicemente perché a volte le cose capitano senza un motivo, comunque iniziò a piovere, e questa volta una pioggia vera, fitta e costante, fatta di goccioloni pesanti e freddi e accompagnati da fulmini e tuoni. E piovve, piovve tanto, continuò a piovere a lungo, per settimane intere, quasi come se il cielo, trovando divertente quella novità della pioggia, non riuscisse più a smettere. Ma, mentre il cielo sorrideva compiaciuto, tra gli animaletti del sottobosco si diffusero il fastidio e il disappunto frammisti a starnuti e imprecazioni perché quella novità della cascata d’acqua liquida che veniva giù dal cielo (ancora nessuno sapeva come chiamare quella cosa, il termine pioggia lo avrebbe inventato, tempo dopo, il poetorso Shakebear) rendeva tutto terribilmente bagnato, fradicio e freddo, le gocce d’acqua si insinuavano ovunque finendo per trasformare la solida terra di quel mondo del sottobosco in una fanghiglia appiccicaticcia e poco collaborativa, e si allagarono le tane e, cosa ben più grave, tutte le dispense, mandando all’altro mondo, e nello specifico nel mondo del marcio e della muffa, tutte le ghiande e le noci e le castagne e i semini che gli abitanti del sottobosco avevano messo da parte per l’inverno. E siccome la pioggia non accennava a smettere, e quando poi smetteva ricominciava dopo poche ore, il malcontento aumentava tra gli operosi piccoli animaletti del sottobosco e quindi decisero tutti che fosse necessario interessare della cosa il Grande Saggio Sieben, un’anziana papera che viveva in una casetta in riva ad un piccolo stagno a mille minuti di distanza. “Il grande Saggio Sieben” si dicevano gli animaletti del sottobosco “saprà consigliarci, forse saprà anche come far finire tutta questa acqua che cade giù”. E così, mille minuti dopo, fradici e gocciolanti stanchezza e speranza gli animaletti del bosco, guidati dallo scoiattolo Funf, bussarono alla porta del Grande Saggio Sieben.

– Prego, entrate piccoli amici, e mettetevi davanti al caldo fuoco, asciugatevi e riscaldatevi, io termino un esperimento e sono subito da voi.

E lo scoiattolino Funf, mentre tutti gli altri assaporavano il tepore del focolare, vide il Saggio Sieben mentre armeggiava con delle bolle di sapone, un imbuto e varie candele di colori e fiamme diverse.

– Grande Saggio Sieben, cosa sta facendo?

– Oh figliolo, entra, entra pure… ecco, vedi? Sto cercando di stabilizzare l’essenza delle bolle di sapone.

– Ah, beh si, certo – rispose lo scoiattolo Funf un po’ perplesso – ma, perché?

– Per entrarci dentro

– Oh, capisco – rispose lo scoiattolo Funf anche se in realtà non aveva granché capito.

– Comunque, anche questa volta ho fallito, riproverò domani. Adesso andiamo di là, ascolterò quello di cui mi dovete parlare.

Raggiunta la grande stanza dove il fuoco borbottava allegro nel camino, la papera Sieben si accomodò sulla sedia di paglia, accese la pipa a forma di otto, fece lenti e profondi tiri che disegnarono nell’aria nuvole bianco latte e, dopo qualche secondo, chiese agli animaletti del sottobosco, che osservavano con attenzione, di esporre il loro problema.

Prese la parola lo scoiattolo Funf, raccontò di questo nuovo strano fenomeno dell’acqua che cadeva giù dalle nuvole, del sottobosco fradicio, delle pellicce arruffate, delle tane e delle dispense di cibo tutte allagate.

Il Grande Saggio Sieben si prese qualche momento per riflettere e, dopo due lente boccate di fumo bianco latte che sapevano di limone, sentenziò:

– Non conosco questo fenomeno di cui mi parlate, qui ancora non si è mai vista dell’acqua cadere dal cielo ma, io credo, la cosa migliore da fare è parlare con le nuvole. Andatele a trovare, raccontate cosa accade giù, nel mondo del sottobosco, quando da lassù l’acqua cade, troverete sicuramente una soluzione con il dialogo.

– Ma, Grande Saggio, abbiamo già provato a chiamare, a urlare, ma nessuna nuvola ci ha mai risposto.

– Caro scoiattolo Funf, le nuvole stanno troppo in alto per riuscire a sentire le vostre delicate voci. Dovete andare a trovarle, salire fin lassù, e loro vi ascolteranno.

– Ma, Grande Saggio, come fare? Il più alto di noi raggiunge a malapena il soffitto di questa stanza…

– Una scala, si, ecco cosa ci vuole! Costruite un’alta, altissima scala, e in men che non si dica, raggiungerete la casa delle nuvole.

La proposta del Grande Saggio Sieben fu accolta da versi di approvazione e di ammirazione per la grande saggezza di quell’anziana papera; poi tutti gli animaletti del sottobosco in fila ringraziarono, uscirono e ripercorsero i mille minuti di distanza e tornarono nel loro piccolo mondo ancora annacquato dalle recenti piogge. Il capo degli animaletti, lo scoiattolo Funf, distribuì i compiti: formiche e orsi, addetti alla raccolta del legno; castori, reparto progettazione; tutti gli altri, operai. Quando tutto fu pronto, si diede inizio alla costruzione della scala e, anche grazie al bel tempo, le operazioni procedettero speditamente. Tre giorni dopo al centro del mondo del sottobosco svettava una magnifica scala alta 10 querce e 1 pioppo (le unità di misura in vigore nel mondo del sottobosco), dall’aspetto solido e pronta a sfidare il cielo. Lo scoiattolo Funf lodò tutti per l’ottimo lavoro, raccolse le carte con le lamentele firmate da tutti da presentare alle nuvole e si avviò; mise il piede destro sul primo piolo, il sinistro sul secondo e… ricominciò a piovere, e la pioggia si trasformo in diluvio che spazzò via tutto, scala compresa. Dopo qualche ora, passata la tempesta, gli animaletti del sottobosco guardavano sconsolati le macerie, rimasugli dei loro tre giorni di fatica. Ma lo scoiattolo Funf non si scoraggiò e riuniti tutti gli altri abitanti del mondo del sottobosco disse loro:

– Amici, le nostre intenzioni erano amichevoli ma le nuvole hanno deciso di non darci l’opportunità di parlare e…

– Si! Bravo! Hanno distrutto tutto! Le nuvole!

– … e, come dicevo, adesso ci rimane quindi un’unica soluzione.

– Si! Bravo! Un’unic… Quale?

– La guerra!

E dopo qualche secondo di smarrito silenzio tutti applaudirono la proposta.

– Si! Bravo! Dichiariamo guerra alle nuvole!

E così, mentre i procioni iniziarono a suonare i tamburi, ci si preparò ad andare in guerra contro le nuvole.

Certo, visto come era stata spazzata via la scala, capivano che le difficoltà sarebbero enormi ma i rinomati ingegneri castori proposero la costruzione di una torre di legno rinforzata dal fango fatto essiccare, proposta che fu subito messa ai voti e approvata. Gli animaletti del sottobosco si misero subito all’opera e, sempre diretti dallo scoiattolo Funf, costruirono l’enorme base sulla quale far via via poggiare i vari piani della torre, torre che giorno dopo giorno diventava sempre un po’ più alta e nonostante le forti piogge la costruzione andava avanti e continuò ad andare avanti per giorni e settimane e mesi, e poi stagioni e anni, e gli anni diventarono decadi e gli animaletti del sottobosco invecchiavano e poi morivano e il loro posto nella costruzione della grande torre veniva preso dai loro figli e poi dai figli dei figli, e le decadi divennero secoli e i secoli si accumularono fino a trasformarsi in millenni e la torre continuava a crescere e a crescere ancora arrivando a superare le montagne e poi a sfiorare le nuvole e infine superandole e gli animaletti del sottobosco continuarono a costruire la loro torre sempre più alta fino a giungere agli estremi confini dell’atmosfera e poi a superarli, su, sempre più su fino a quando, decine di migliaia di querce di altezza dopo, lo scoiattolo Zehn (pro pro pro pro ecc. nipote dello scoiattolo Funf) alzò la zampa e con la punta del dito toccò la Luna.

– Oh, è calda ed è frizzante al tatto…

– Zehn, siamo arrivati alla Luna, adesso? Abbiamo finito di costruire?

– Non lo so, Capo castoro, nessuno lo sa. Mio padre, anni fa, mi disse “figlio, costruisci la torre” e così a lui suo padre e il padre di suo padre di suo padre di suo padre… fino al nostro antenato Funf…

– Ma quindi perché stiamo costruendo questa torre?

– Te l’ho detto, non lo so.

E guardò in basso, verso la Terra.

– … ne abbiamo fatta di strada…

E guardò in alto, verso le stelle.

– … Ma c’è ancora tutto da scoprire.

E continuarono a costruire la torre, che giorno dopo giorno continua a crescere per raggiungere le stelle.

C’era una volta il Regno delle Storie, ovvero nascita, sviluppo e morte del capitalismo. Un racconto quasi d’amore, nonostante tutto.

C’era una volta, prima del nostro tempo, prima dell’Uomo come lo conosciamo, prima ancora di ogni dolore e amore e prima di ogni “c’era una volta”, nascosto tra i monti e le valli delle lettere dei libri ancora inesistenti, un piccolo regno, tanto piccolo da occupare un quarto di capocchia di spillo, ma al tempo stesso grandissimo, così grande da occupare un intero universo di una dimensione accanto alla nostra. Questo regno era pacifico, anche perché la guerra ancora non esisteva ed ogni (rarissima) controversia tra gli abitanti del regno veniva risolta leggendo una poesia e dandosi un abbraccio. Era il Regno delle Storie. Si, il Regno delle Storie, così chiamato perché dalle sue ricche miniere gli operosi minatori estraevano storie che poi venivano lavorate dagli operosi artigiani del regno e che infine gli operosi commercianti del regno trasportavano, attraverso il passaggio dimensionale dell’Arcobaleno, qui sulla Terra dove diventavano romanzi, racconti, fiabe e favole, storie tristi e storie d’amore, insomma, storie che coloravano il mondo e che portavano gioia agli Uomini ed al loro mondo ancora primitivo, freddo e feroce. Il re del Regno delle Storie, Karl Sozialism, che in realtà non era un vero re, ma era eletto annualmente da tutto il popolo, da tutti gli animali e da tutte le piante del regno, viveva umilmente in una casetta di campagna circondata da papaveri rossi e blu e gialli e lilla, ed era felice di vedere il regno prosperare in armonia con le Leggi dei Cosmi Riuniti e vigilava affinché il benessere equo per tutti continuasse a crescere forte e rigoglioso. Nel Regno delle Storie non c’erano poveri, o affamati o ammalati o preti o malfattori, ma solo persone felici e solidali le une con le altre e bambini schiamazzanti.

Un giorno, però, giunse nel piccolo Regno delle Storie l’emissario di un lontano e sconosciuto regno.

– Sire, buongiorno

– Buongiorno, prego, si sieda, e parli, parli pure liberamente. Cosa la porta nel mio umile regno?

– Sire, mi pregio di parlare a nome del Maestoserrimo Sovrano Imperatore Papa Duce Sua Alteccellenza Rattus Das Kapital del Nobilerrimo Regno delle Industrie…

– Non ho, ahimè, l’onore di conoscere cotanto potente regno…

– Non se ne dolga, Sire, il mio regno non è di questa dimensione…

– Ah…e, perdoni la mia curiosità, di quale?

– Il Nobilerrimo Regno delle Industrie si trova nella dimensione ombra al di sotto della dimensione che ospita il suo regno e solo recentemente, grazie ad un buco nella Membrana della Coerenza Logica siamo approdati in questa dimensione ove abbiamo sentito tanto parlare del suo regno e siamo venuti a sapere che qui esiste un passaggio verso un altro mondo chiamato “Terra”…

– Oh, capisco…sì, la Terra, un mondo posto nell’Altrove dell’Aldiqua, noi effettuiamo i salti interdimensionali grazie all’Arcobaleno…

– Grazie a…l’Arcobaleno?

– Beh, si, un Arcobaleno è un arco, in origine bianco ma oggi è di sette diversi colori a causa delle scorie rilasciate dai vari generi di storie che trasportiamo per mezzo di esso sulla Terra…ma, piuttosto, mi dica, come mai ho l’onore di ricevere un emissario del Regno delle Industrie?

– Il Nobilerrimo Regno delle Industrie, comunque… dicevo, il Maestoserrimo Sovrano Imperatore Papa Duce Sua Alteccellenza Rattus Das Kapital, che mi pregio di servire, gradirebbe stipulare con il Regno delle Storie un trattato…

– Un trattato…?

– Si, un trattato, un’alleanza. Vede, Sire, il suo regno esporta storie artigianali di pregevole fattura ma poche, insufficienti a soddisfare la richiesta del mercato. Alleandosi con il Nobilerrimo Regno delle Industrie, invece, questo problema sarebbe superato, con ampio profitto per entrambe le parti…

– E come?

– Molto semplice, Sire. Grazie alle nostre molteplici infinità di industrie industriose noi possiamo lavorare enormi enormità di quantità di storie estratte dalle sue miniere, che lei, gentilmente, ci darà in concessione perpetua, e rivenderle poi a prezzi stracciati sul mercato degli Umani che, mi pare di aver capito, ne hanno un gran bisogno…

– Mmm ma guardi, veramente…

– Ma si, Sire, ci pensi, lavoro salariato in abbondanza nel suo regno, storie per tutti i gusti e in gran quantità, produttività e profitti…Un’occasione imperdibile, Sire.

– Guardi, Eminentissimo Emissario, dica pure al Suo Signore che il Regno delle Storie non è interessato a questo tipo di proposte che vanno ad intaccare il nostro stile di vita semplice e, infine, felice.

– Allora, Sire, è mio dovere consegnarLe questo plico.

– Cos’è?

– La dichiarazione di guerra. Da questo momento, Sire, mi duole annunciarLe che Lei ed il suo regno siete ufficialmente considerati un territorio da annettere al Nobilerrimo Regno delle Industrie. Buona giornata, Sire.

E così, due giorni dopo, appaiono all’orizzonte le possenti armate del Nobilerrimo Regno delle Industrie. Milioni di enormi e neri topi morti urlanti sotto migliaia di bandiere grigie e verdi avanzano a passo di danza sulle note di “Felicità” di Gabry Ponte verso il pacifico Regno delle Storie. A questo punto il re Karl Sozialism convoca i suoi generali.

– Signori, il nemico è alle porte.

– Quali sono gli ordini, Sire?

– Resistere. Sparate la Toccata e fuga in Re minore di Bach a tutto volume.

– Sire, abbiamo solo 94 bpm! Sono troppo pochi, non riusciamo a contenere il nemico!

– Allora, signori, è giunto il momento di usare l’arma innominabile…

– Ma, Sire, non vorrà mica usare…?

– Ebbene si, signori. Fate suonare a tutto volume “Bla bla bla” di Gigi D’Agostino.

– Possa dio avere pietà di noi…

*A a ben/Warem a ben ben/Warem ben ben ben/Warem a wa two ben ben*

– Allora, signori, il nemico che fa?

– Sire Sire, il nemico contrattacca! Cristoddio!

– Che succede???

– Ci bombardano con musica napoletana…

– …

– “Nata vota” di Niko Pandetta…

– …

– La versione remix!

– Signori, non possiamo vincere questa guerra ed è nostro preciso dovere risparmiare al popolo ulteriori sofferenze e atrocità. Fate suonare il Requiem e alzate la bandiera bianca. Ci arrendiamo senza condizioni.

Tutti gli altoparlanti e le casse e le radio suonano il Requiem, e le bandiere bianche svolazzano ovunque. Il Regno delle Storie si arrende. Nelle strade dilagano gli enormi e neri topi morti delle armate del Regno delle Industrie. Il re Karl Sozialism e i suoi generali vengono impiccati ma, attenzione, nella dimensione del Regno delle Storie non esisteva la morte, e allora vengono serviti, adeguatamente conditi, cucinati e sfumati, come portata principale al Gran AperiPranzoCena della Vittoria e mangiati. E subito dopo, però, si provvide a trasportare dalla dimensione ombra grandi quantità di casse di semi di sonno eterno da piantare nel regno appena conquistato così da sopperire alla mancanza della morte.

E infine si radunò tutto il popolo e dalla torre più alta della capitale un enorme topo bianco con gli occhi rossi parlò.

– Popolo! Mi pregio di parlare a nome del Maestoserrimo Sovrano Imperatore Papa Duce Sua Alteccellenza Rattus Das Kapital del Nobilerrimo Regno delle Industrie ed ho l’onore di informarvi che da questo momento voi siete liberi!

Brusii misti a silenzio da parte del popolo.

– Popolo! Da questo momento tutti i lavoratori avranno un salario…

– Un salario?

– Si popolo, un salario, cioè un corrispettivo in denaro proporzionale alle ore di lavoro che giornalmente farete.

– Denaro?

– Si popolo, con il denaro potrete acquistare beni e servizi.

– Ma prima non ci serviva questo denaro, perché adesso serve?

– No popolo, prima non serviva il denaro perché tu, popolo, vivevi nell’ignoranza e nello sfruttamento e nei falsi miti che i malvagi governanti di ieri ti inculcavano. Da oggi, invece, chi lavorerà di più avrà più denaro, e chi avrà più denaro potrà acquistare più beni e servizi e chi avrà più beni e servizi sarà più felice. Basta con gli oziosi e i nullafacenti. Finalmente ognuno di voi potrà adesso dimostrare il proprio valore e partecipare così alla costruzione di una grande democrazia!

– Democrazia?

– Si popolo, democrazia, una parola che deriva dal greco antico, una lingua che ancora non è stata inventata e che significa: δῆμος, démos, “popolo” e κράτος, krátos, “potere”, quindi potere al popolo, a voi, ecco quello che i vecchi tiranni che prima vi dominavano vi hanno sempre tenuto nascosto. Il potere, popolo, ti appartiene.

– Cioè governeremo noi?

– Certo popolo, ma, ovviamente, la maggior parte di voi sarà impegnata a lavorare per guadagnare denaro necessario per acquistare beni e servizi per essere felici e quindi non avrete tempo da perdere con il governo del regno. Però voterete, ogni tanto, e deciderete, tramite il vostro voto, chi sarà delegato a rappresentarvi.

– E possiamo tutti essere delegati?

– Certo popolo, ma, ovviamente, la maggior parte di voi sarà impegnata a lavorare per guadagnare denaro necessario per acquistare beni e servizi per essere felici e quindi solo quelli che tra di voi saranno più ricchi, e quindi che non hanno più bisogno di lavorare, potranno accedere al governo.

– E come si diventa ricchi?

– Lavorando, lavorando ancora e ancora lavorando, risparmiando, poi acquistando terreni, un pezzettino oggi, uno domani e così via fino a quando non si avranno grandi latifondi, e allora poi assumere lavoratori per rendere produttivi i terreni e continuare a lavorare e a risparmiare per poi acquistare fabbriche, e negozi e tutto quello che può essere acquistato e continuando ad assumere lavoratori e infine giocare in Borsa e speculare su quale sarà in futuro il prezzo di un determinato bene o servizio…come puoi vedere, popolo, diventare ricchi è facile, devi solo volerlo ma, soprattutto, lavorare, lavorare ancora e ancora lavorare e facendo attenzione a non farsi spaventare dai sindacati.

– Cosa sono i sindacati?

– Niente di cui preoccuparsi, sono solo dei mostri presenti in alcune vecchie favole che le madri del Regno delle Industrie raccontano ai figli la sera per farli addormentare. Non se ne vedono più da tempo ormai ma, qualora doveste avvistarne uno, comunicatelo al vostro padrone. I padroni vi proteggono.

Brusii misti a silenzio e a qualche applauso da parte del popolo.

– E adesso, popolo, a lavorare!

E il popolo andò a lavorare. E aumentò la quantità di storie estratte dalle miniere e nacquero le industrie per raffinare le storie grezze estratte nelle miniere e sparirono gli artigiani e apparvero gli operai e i negozi dove gli operai potevano usare il denaro del salario per acquistare beni e servizi e alcuni si arricchirono e si iniziò a parlare di classi sociali e poi arrivò anche la religione del Grande Dio Topo Morto e si innalzarono altari e cattedrali in onore del Grande Dio Topo Morto dove si predicava l’etica del lavoro e il valore del denaro e si prometteva il paradiso (fiscale) agli industriali e l’inferno ai cattivi operai e arrivarono i poveri e gli affamati e gli ammalati e anche i malfattori e il popolo conobbe l’invidia e il sospetto e l’egoismo e i bambini smisero di schiamazzare nell’alternanza scuola/lavoro e furono costruite le prigioni e i manicomi e si disboscarono le foreste e si prosciugarono i laghi e si sventrarono montagne per costruire nuove miniere e si estinsero i papaveri rossi e blu e gialli e lilla ma i padroni vigilavano e i mostri chiamati sindacati non si videro mai.

– Signore, il controllo del Regno delle Storie è completo.

– Bene, bene, come procede l’estrazione delle storie?

– Tutte le miniere sono operative e abbiamo incrementato i turni di lavoro da 12 a 38 ore.

– E la raffinazione?

– Abbiamo 7 nuove raffinerie, con un aumento del raffinato del 91% su base annua.

– Molto bene, e il mercato sul mondo chiamato Terra come procede?

– Bene Signore, tuttavia sembrerebbe essere un mondo primitivo e, secondo i nostri esperti di analisi intereconomica, a breve potrebbe essere saturo. Necessitiamo di nuovi sbocchi commerciali, Signore.

– Dobbiamo aumentare la recettività del mondo chiamato “Terra”…è esportabile il capitalismo in quella dimensione?

– Sì Signore, tuttavia è un mondo ancora troppo primitivo e privo di infrastrutture di base, esportarvi il modello economico del Regno delle Industrie potrebbe non essere così semplice.

– Capisco. Ma non possiamo rischiare una crisi economica, ci servono assolutamente nuovi mercati, e se non esistono, allora crearli. Preparate l’Arcobaleno, è giunto il momento di andare sul mondo chiamato “Terra”.

INTERMEZZO

Intanto, mentre le armate dei topi morti del Nobilerrimo Regno delle Industrie si preparano all’invasione, sulla Terra, decine di migliaia di anni dopo gli eventi qui narrati, in una nazione ipotetica e in un tempo liquido, nel centro di una città a forma di cuore c’è un enorme grattacielo di cristallo a forma di freccia. É la sede centrale della Fabbrica Italiana Automobili Panda (FIAP), un’industria che gode dei finanziamenti dell’ONU e del WWF e che si occupa della preservazione dei Panda. Da quando era nata, la FIAP aveva prodotto e venduto milioni di esemplari di Panda, scongiurandone così l’estinzione, tanto che, ormai, il simbolo del WWF non è più un Panda ma un precario dell’Università. E questo, per la FIAP, è un problema perché rischiano di venire meno i miliardi di milioni di miliardi di sovvenzioni che annualmente riceve per la tutela e la produzione dei Panda. E così, nella notte tra il 2 ed il 3 di maggio di un anno qualsiasi, è convocata una riunione d’urgenza del reparto marketing.

– Signori, buongiorno. Prego, prendete posto. Avete tutti il caffè? si? bene, possiamo iniziare allora. Passo la parola al dottor Farafulla del reparto Sociologia dei comportamenti degli acquirenti.

– Ecco, si, grazie, salve…ehm…dunque, si, il mio reparto si occupa, appunto, di studiare, analizzare e produrre modelli comportamentali a medio-lungo temine in grado di prevenire le propensioni all’acquisto degli utenti e, in quanto la Sociologia è una scienza esatta, i nostri modelli sono anche abbastanza affidabili…

– Affidabili quanto?

– Diciamo, indicativamente, con un grado di accuratezza tra il 15 ed il 21%.

– Ah…Bene bene, vada avanti.

– Ehm si, dunque, dicevo…come sicuramente tutti saprete, l’ONU ha definitivamente dichiarato il Panda non più a rischio d’estinzione e, contestualmente, l’altro nostro grande finanziatore, il WWF, ha modificato il suo logo inserendovi un precario dell’Università. Ora, diciamo che questo non sarebbe un male per noi in quanto, qualora decidessimo di aggiornare i nostri modelli di produzione dai Panda ai Precari dell’Università, dovremmo, semplicemente, andare ad aggiungere una U al nostro marchio, ecco una slide.

Sullo schermo viene proiettata un’immagine con il progetto del logo della Fabbrica Italiana Accessori Precari dell’Università (FIAPU).

– Tuttavia, signori, i nostri analisti sociologici ci informano che il Precario dell’Università non è un modello user-friendly, tutti i nostri test condotti su campioni selezionati di consumatori hanno evidenziato che il Precario dell’Università è un concetto che intristisce gli acquirenti, li spinge a farsi delle domande scomode, stimola un fastidioso pensiero critico e, in definitiva, affossa i consumi.

– Proprio quello che temevamo. Dobbiamo assolutamente evitare che questo avvenga e trovare un modo per, diciamo, ringiovanire l’immagine del Panda, dargli nuova freschezza, continuare a far si che venga percepito come un qualcosa di ancora essenziale. A tal proposito passo la parola al dottor Antani del reparto SocialMediaMarketing.

– Grazie, grazie. Dunque, signori, la questione è semplice. Dobbiamo puntare tutto sull’esperienza utente. Continuare a far percepire le nostre Panda come dei prodotti non costruiti per il consumatore ma intorno ad esso. Un prodotto, insomma, in grado di far sentire ogni singolo utente come il centro di un suo personalissimo e bellissimo mondo.

– Interessante. E come intendete realizzare tutto ciò?

– Semplice. Ponendo sotto una nuova luce aspetti prima poco considerati o aggiungendone di nuovi.

– Interessante. Ad esempio?

– Ad esempio, le nostre Panda hanno, da sempre, un problema di precoce sbiadimento della vernice. Ecco, la nostra idea sarebbe quella di far uscire le nostre Panda dalla fabbrica con la vernice già sbiadita e presentarla come una nuova tonalità in grado di far distinguere il compratore dalla massa grazie a questi nuovi color pastello sbiaditi che vanno a rappresentare le tonalità lievi dell’animo di chi guida.

– Geniale! Poi?

– Ecco, le nostre Panda hanno sempre avuto dei problemi alla centralina elettrica con conseguenti malfunzionamenti ai fari… Ecco, noi pensavamo che si potrebbe far passare questi malfunzionamenti come una deliberata scelta aziendale…

– Cioè, l’azienda sceglierebbe consapevolmente di non far funzionare i fari nelle proprie auto? Non mi sembra una cosa molto sensata a dire il vero…

– Ma invece si, l’azienda decide di non far funzionare i fari perché, caro utente, quanto è bello ogni tanto, soprattutto la notte, spegnere le luci della contemporaneità frenetica e tornare ad ammirare quanto di bello la Natura ci offre? Compra una Panda e quando guidi noi ti spegniamo le luci così puoi ammirare le stelle!

– Geniale! Poi?

– Ecco, vorremmo poi che su ogni Panda venisse installata una radio, ma senza bottone ON/OFF…Perché la musica è vita, e la FIAP lotta per la vita e non vuole che si spenga.

– E poi? E poi?

– Ecco, poi vorremmo che nel lettore CD di ogni Panda si inserisse un…

– Fermo. Come un lettore CD? Non si utilizzano più da anni…

– Esatto. Perché mentre la tecnologia corre avanti la Panda invece si sofferma con chi è rimasto indietro, lo prende per mano, lo conforta, e lo accompagna al traguardo.

– Geniale! Poi?

– Ecco, dicevo, in ogni lettore CD dovrebbe essere inserito un cd con i più grandi brani sconosciuti degli 883.

– Ehm…perché proprio gli 883?

– I ragazzi del reparto SocialMediaMarketing hanno estratto a sorte e sono usciti loro.

– Ah…bene, e mi dica, perché i brani sconosciuti? Non sarebbe meglio un greatest hits?

– Assolutamente no. Perché vede, i greatest hits li conoscono tutti, sono brani talmente tanto famosi che ormai alle parole non ci si presta più attenzione, scivolano via come acqua fresca e non lasciano traccia alcuna. Insomma, mancano della poesia della scoperta. Invece, i brani sconosciuti costringono i nostri utenti a domandarsi: “Dio, che canzone è? Di cosa parla?”. Ecco, perché vede signor Direttore, noi crediamo che, in fondo ogni nostro utente, abbia bisogno di dolcezza. E noi gliela forniremo. Perchè, caro utente consumatore e guidatore di Panda, tu per noi sei come una canzone che non conosce nessuno e che va ascoltata più volte per poterne comprendere appieno la profondità.

– Geniale! a Tal proposito, c’è una canzone degli 883 e che mi sembra faccia proprio al caso dei nostri utenti… fa più o meno così…

e sarebbe bello se adesso a casa ci fossi tu

con un bacio dormi se no domani non ti alzi più

ma purtroppo no (purtroppo no)

i pensieri vagano (vagano)

su quest’auto grigia

con dentro me

e non dormo no (non dormo no)

i pensieri vagano (vagano)

su quest’auto grigia

con dentro me.

– Bello, mi piace! Lo inserisco subito nelle proposte da inviare alle teste creative del reparto PubblicitàEtSimilia.

– Bene. Allora, signori, direi che la riunione è conclusa. Adesso scusate ma vado di fretta, mi aspetta un’altra riunione con quelli del reparto Manutenzione, abbiamo un’infestazione di topi da risolvere.

FINE INTERMEZZO

– […], preparate l’Arcobaleno, è giunto il momento di andare sul mondo chiamato “Terra”.

– Subito, Grande Topo Bianco dagli Occhi Rossi. Faccio preparare la Grande Armata?

– No, Generale Mickey Rat, mandiamo degli esploratori, abbiamo bisogno di maggiori informazioni.

E così mille tra i topi morti più scaltri avanzarono verso il portale dimensionale dell’Arcobaleno che, portato alla massima potenza per consentire il passaggio verso il mondo chiamato “Terra”, iniziò a vibrare emettendo note di organo e a lanciare lampi di luce luminosa e solida come neve in ogni direzione.

– Andate, figli del Grande Dio Topo Morto! A noi il profitto!

– A Noi! A Noi A Noi

Gli esploratori salirono sull’Arcobaleno che iniziò a ruotare vorticosamente fino a quando i colori non si fusero in un unico bianco sempre più luminoso fino a quando non esplose in incommensurabili frammenti di solido colore infinito che in pochi secondi si dissolsero nell’aria come soffioni accarezzati dal vento.

Meno di un respiro dopo, gli esploratori topi morti giunsero sulla Terra, da qualche parte a est della città sumera di Uruk.

– Soldati, avviciniamoci a quelle capanne laggiù a nord.

Ma avvicinandosi capirono che qualcosa non andava. Le capanne erano grandi, sempre più grandi, e quando vi furono giunti videro che essere erano effettivamente enormi. Poi, da una delle enormi capanne, uscì un essere umano, enorme anch’esso che, alla vista di tutti quei topi iniziò a emettere urla e grugniti incomprensibili.

– Daĝal-la kur-ra la-ba-an! (Maledetti figli degli inferi)

Il capo degli esploratori provò a comunicare con l’uomo ma presto si accorse che neanche lui veniva compreso

– Squit squit squit! (Inchinati, misero essere!)

– Ki mu nu-gub! (Moglie, porta la mazza!)

– Squit squit squit! (Ehi, ma non ci capisci?)

– La kur-ra la-ba-an? (Dov’è la gatta?)

– Mmmiaaaaooo (La ceeeeena!)

– Squit squit squit squit squit squit?! (E adesso chi è questo mostro con i denti aguzzi?!)

– Abul-la dili ba-ra! (Vai Geštinanna, uccidili!)

– Mmmiaaaaooo miaoooo miao! (Coooorrrooo umano, corro!)

– Squit squit squit squit! Squit squit (Ritirata maledizione, si salvi chi può! Tutti al portale)

E così, a stento, i pochi sopravvissuti riuscirono a fare ritorno nel Regno delle Storie.

– Esploratori, bentornati! Ma…come mai in così pochi?

– Grande Topo Bianco dagli Occhi Rossi, in mondo chiamato “Terra” è un posto infernale, abitato da giganti che parlano una lingua sconosciuta ed è protetto da feroci mostri pelosi con i denti aguzzi che fanno “Miao”.

– Mmmh, questi esseri umani saranno anche primitivi ma forse li abbiamo troppo sottovalutati. Dobbiamo agire diversamente. Si convochi il Generale Mickey Rat.

– Comandi, Grande Topo Bianco dagli Occhi Rossi!

– Benvenuto, Generale. É giunto il momento di scatenare tutte le nostre forze contro quell’insolente mondo chiamato “Terra.

– Subito, Grande Topo Bianco dagli Occhi Rossi. Faccio preparare la Grande Armata?

– Proceda.

E dunque la Grande Armata dei topi morti fu pronta, i tamburi iniziarono a battere il tempo e al passo di “Thunder” di Gabry Ponte milioni e milioni di topi morti avanzarono verso il portale dimensionale dell’Arcobaleno che, portato alla massima potenza per consentire il passaggio verso il mondo chiamato “Terra”, iniziò a vibrare emettendo note di organo e a lanciare lampi di luce luminosa e solida come neve in ogni direzione.

– Grande Topo Bianco dagli Occhi Rossi, la Grande Armata è pronta, attendiamo il suo ordine.

– Bene, Generale Mickey Rat, a nome del Maestoserrimo Sovrano Imperatore Papa Duce Sua Alteccellenza Rattus Das Kapital del Nobilerrimo Regno delle Industrie io vi ordino di attraversare il passaggio, colonizzare e conquistare il mondo chiamato “Terra” e lì instaurare il dominio del Sacro Capitalismo secondo i Comandamenti del Grande Dio Topo Morto. Gloria al profitto!

– Gloria al profitto! Gloria al profitto! Gloria al profitto!

E di nuovo l’Arcobaleno ruotò, e lampi di luce, e bagliori sconfinati ed esplosioni di colore infinito e, un battito di cuore dopo, la Grande Armata giunse sulla Terra. Da qualche parte nell’altopiano della Mongolia.

– Bene soldati, conoscete il piano. Disperdetevi in ogni direzione e fermatevi solo là dove trovate insediamenti umani. Agite di notte, infettate tutto e fate attenzione ai mostri coi denti aguzzi. A noi il profitto!

– A Noi! A Noi A Noi

Era il 1346, l’anno della Peste nera. Duecento milioni di morti in sette anni. Ma l’Uomo, nonostante tutto, sopravvisse. E si riorganizzò. L’attacco della Grande Armata dei topi morti era fallito, e non gli restò altro da fare che ritornare nel Regno delle Storie.

– Generale Mickey Rat, bentornato! Quali notizie dal mondo chiamato “Terra”?

– Cattive notizie, Grande Topo Bianco dagli Occhi Rossi, la Grande Armata ha fallito. L’Uomo ha resistito al nostro poderoso attacco, si è piegato si, ma è sopravvissuto.

– Mmmh, questi esseri così primitivi forse li abbiamo troppo sottovalutati. Dobbiamo agire diversamente. Si convochi il Grande Chimico Sorcino.

– Eccomi, Grande Topo Bianco dagli Occhi Rossi, al vostro servizio.

– Buongiorno, Grande Chimico Sorcino. Come sicuramente saprà abbiamo provato a sottomettere gli essere umani usando la forza bruta e abbiamo fallito. Serve un altro approccio, più sottile.

– Come posso servirla?

– Dobbiamo avvelenare le storie che quotidianamente scarichiamo nel mondo chiamato “Terra”

– Avvelenarle?

– Si, Grande Chimico Sorcino. Lei dovrebbe preparare un estratto di capitalismo e liberismo e inserirlo nel nucleo più profondo di ogni storia inviata su quel mondo di esseri primitivi così che…

– …ingerendo le storie ingeriranno inconsapevolmente anche i sacri principi del capitalismo e del liberismo! Geniale! Provvedo immediatamente!

E così i laboratori chimici sorcini produssero i letali distillati di capitalismo e liberismo e le raffinerie li inserirono nelle loro storie in una soluzione al 5%. Sarebbero passati anni, secoli forse, ma alla fine il veleno avrebbe saturato la mente dell’Uomo. E, infatti, così fu. Il Rinascimento, la modernità con le sue scoperte geografiche, l’Illuminismo, la Rivoluzione francese e poi l’Ottocento e le Rivoluzioni industriali, la spoletta volante, le macchine a vapore, l’industrializzazione, gli operai, lo sfruttamento, il carbone, il lavoro minorile e femminile, le speculazioni e il profitto e il colonialismo e…e… Il capitalismo aveva attecchito. E continuò a prosperare per decenni, ma più esso avanzava più si manifestava, negli esseri umani, un pensiero contrario per idealità e uguale per forza e che venne chiamato “Socialismo”.

– Grande Topo Bianco dagli Occhi Rossi, abbiamo un problema.

– Che succede?

– Sul mondo chiamato “Terra” il capitalismo avanza ma non vince. Gli Umani ci contrastano con un qualcosa chiamato “Socialismo”, una specie di anticorpo alla nostra egemonia completa.

– Come è possibile??

– Abbiamo sottoposto il quesito ai nostri esperti di Dinamiche sociologiche interspecie trasdimensionali e secondo il loro rapporto la causa di questa resistenza sono…le storie.

– Le storie?

– Si, Grande Topo Bianco dagli Occhi Rossi, le storie, anche con la soluzione al 5% di capitalismo e liberismo, permettono agli esseri umani, nonostante tutto, di usare l’immaginazione e continuare a sognare e a intravedere la possibilità di un mondo diverso da quello che noi stiamo plasmando.

– E che allora si aumenti la percentuale di capitalismo e di liberismo disciolta nelle storie!

– Impossibile, il 5% è la quantità massima possibile, anche un punto percentuale in più renderebbe le storie indigeribili e, quindi, inutili allo scopo.

– E allora si blocchi immediatamente il trasferimento di storie sul mondo chiamato “Terra”

– Ma…è la nostra principale fonte di profitto!

– Lo so, ma ormai siamo in guerra con quell’ostinato mondo, e questo è un piccolo sacrificio che dobbiamo fare per la gloria e la supremazia dei nostri sacri ideali. Spegnete l’Arcobaleno.

– Obbedisco, Grande Topo Bianco dagli Occhi Rossi.

E così l’Arcobaleno fu spento e le storie cessarono di arrivare sulla Terra, e qui tutto si fece grigio, il cielo, le persone, le stelle, tutto. Si smise di sognare e i mari smisero di essere agitati e le canzoni furono dimenticate e la Luna smise di parlare agli innamorati e i vivi iniziarono ad assomigliare ai morti. Il Regno delle Industrie aveva vinto.

– Grande Topo Bianco dagli Occhi Rossi, grandi notizie! La Legge del Grande Dio Topo Morto ha trionfato, il mondo chiamato “Terra” è stato sconfitto!

– Bene! Bene! Il Maestoserrimo Sovrano Imperatore Papa Duce Sua Alteccellenza Rattus Das Kapital già da tempo attendeva questo glorioso giorno. É giunto il momento che Egli in persona venga a prendere possesso del suo nuovo feudo.

E così giunse dalla dimensione ombra del Regno delle Industrie il Maestoserrimo Sovrano Imperatore Papa Duce Sua Alteccellenza Rattus Das Kapital.

– Benvenuto nel Regno delle Storie, o Sommo Profittatore!

– Grazie, Grande Topo Bianco dagli Occhi Rossi. Hai agito bene, sarai adeguatamente ricompensato. Adesso, riattivate il portale dell’Arcobaleno, desidero visitare il mio nuovo possedimento che mi dicono chiamarsi “Terra”.

– Subito, o Eccelso Capitalista su tutti gli Eccelsi Capitalisti.

E di nuovo l’Arcobaleno ruotò, e lampi di luce, e bagliori sconfinati ed esplosioni di colore infinito e, un tintinnio di moneta dopo, l’Immondo Sovrano del Regno delle Industrie Rattus Das Kapital giunse sulla Terra. A pochi centimetri dalla ruota di una Panda delle industrie FIAP in manovra e, due secondi dopo…

SPLAAAT!

*notifica di messaggi*

  • AHHHHHHHH!!!!
  • AHHHH! Che è successo!!!
  • Oltre al caffè demmerda ho pure schiacciato un topo con la ruota e adesso ce l’ho tutto spiaccicato accanto alla portiera e sto già pensando che al ritorno dal lavoro me lo troverò ancora qui, visto che è morto…
  • Ahahah i tuoi buongiorno sono sempre i più belli!
  • La soluzione è che qualcuno mi sposti la macchina…
  • O che il signor topo abbia il buon senso di spostarsi da solo…
  • No, io lo guardo ma lui continua a rimanere là spiaccicato…
  • Ahahah adesso servirebbe un cavaliere pronto a sacrificarsi per salvare la donzella in difficoltà dalle grinfie non di uno spaventoso drago sputafuoco ma da un topino morto!
  • Eh, ma che ne sai tu, magari era un topo malvagio…
  • Si, magari il re del regno dei topi che era venuto qui per sottometterci…

I due ragazzi avevano iniziato a raccontare una storia. E mentre lo facevano, lentamente, intorno a loro si riaccesero i colori e più i colori si diffondevano più altre persone iniziavano a raccontare storie e più storie si raccontavano più il grigio dal mondo spariva. E le stelle si riaccesero, e il cielo tornò a brillare e la luna sorse a sopra il cielo di ogni città e le onde ripresero a spumeggiare e i cuori tornarono a battere e quel giorno nessuno andò a lavorare ma si ritrovarono tutti in riva al mare ad amare sotto un cielo stellato illuminato da un Arcobaleno di mille colori e di infinite note.

Iniziava un’altra storia.

Iniziava la loro storia.

Il Sindacato che creò il Sistema

– Signori buongiorno e grazie per la vostra presenza a questa nostra riunione straordinaria convocata con così poco preavviso…

A parlare era Arcimboldino Giuseppi, Sommo Presidente del Sindacato Unitario Scrittori, Drammaturghi, Sceneggiatori, Commediografi, Poeti e Affini.

– … beh signori, direi di andare subito al punto. La situazione, come tutti sapete, è grave già da qualche anno ma, purtroppo per noi, oggi è giunta al capolinea. Le Storie sono finite.

Nell’enorme sala da quasi 30 posti nel sottoscala del Tempio del Culto della Sacra Parola Scritta, il drammatico annuncio scatenò il panico. Qualcuno emise gridolini imbarazzanti, qualcuno borbottò disappunto con il vicino di posto, qualcuno si svegliò di soprassalto e, infine, qualcun altro soppesò la funzionalità del nodo scorsoio di una spessa corda.

– Signori, contegno! E lei, Fulgenzio, la smetta di giocare con quella corda! Lo so, pensavamo tutti che sarebbe stata una crisi passeggera, uno dei tanti blocchi di creatività che ciclicamente arrivano e poi passano, ma…

– Sommo Presidente, come stanno gestendo la crisi i colleghi della Memorabile Setta Cantautori?

– Tutti morti…

– E il Collettivo Quasi Indipendente Giornalisti e Scribacchini?

– Quelli erano morti già da prima…

– Che fare? Si, che fare?

– Signori, il problema è che tutto è stato scritto, tutto è già successo, abbiamo provato a inventare realtà alternative ma, ahi noi, anche quel filone si è ormai esaurito… ma…

– Ma???

– Ma, grazie ai potenti mezzi del nostro Sindacato abbiamo una soluzione. Da anni, come saprete, finanziamo la Gilda delle Scienze e questo, signori, è il risultato. Prego, fate entrare il dottor Farafullonico che ci spiegherà, nel dettaglio, di cosa si tratta.

Applausi scroscianti mentre il dottor Farafullonico, un ometto tanto basso quanto sottile, entra accompagnato da uno strano macchinario sferico.

– Grazie grazie, è per me un onore presentarvi l’ultimo ritrovato tecnologico della Gilda delle Scienze. Signori, è con grande emozione che mi pregio di presentarvi il M.E.L.O.G.R.A.N.O., ovverosia Marchingegno Elettro Logico Operante e Generante Realtà Asimmetriche di Narrativa a Onda.

Silenzio e borbotti bassi. Dal pubblico una mano si alza.

– Ehm, dottò…cioè?

– Praticamente, inserendo all’interno della Macchina tutte le storie scritte e tutta la Storia che è stata il processore di analisi logica provvede a generare una realtà asimmetrica, ovverosia una realtà che, differendo per piccoli particolari, ne genera una completamente diversa, detta a Onda in quanto, a sua volta, generando ad ogni ciclo piccole asimmetrie, nuove realtà vengono poi costantemente create, in un ciclo ipoteticamente infinito.

E questa volta gli applausi furono spontanei e scroscianti. E Fulgenzio si tolse il cappio dal collo.

– Grazie signori, grazie! Ma ora, prego, una dimostrazione. In questi mesi io e i miei collaboratori abbiamo provveduto ad inserire nella macchina tutte le storie e tutta la Storia e dopo una elaborazione dati durata 42 giorni e 42 minuti, siamo pronti a creare la prima Realtà Asimmetrica di Narrativa a Onda. Si spengano le luci, grazie.

Il dottor Farafullonico preme un grosso bottone rosso e un lieve ronzio permea l’ambiente e poi, all’improvviso, la sala da quasi 30 posti nel sottoscala del Tempio del Culto della Sacra Parola Scritta si riempie di immagini vividissime e tridimensionali. Una politica fa un comizio, bandiere e fiamme tricolore avvolgono tutto, folle applaudenti, e poi seggi elettorali e poi nuvole nere, bandiere rosse e poliziotti con scudi e manganelli, e camicie nere e espulsioni di massa, gente sanguinante, navi che sparano contro navi disarmate, e ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, e la Costituzione gettata tra le fiamme, e inni di regime e proclami da Palazzo Venezia e la Storia che ritorna in bianco e nero e incarcerazioni preventive e leggi razziali e la guerra che ritorna e il sapore di olio di ricino e…

E il dottor Farafullonico stacca il cavo dell’alimentazione.

– Dottore, cos’è successo?

– Non siamo ancora pronti per tutto questo.

– Perché? In fondo, si tratta solo di storie di fantasia…

– La fantasia non è mai solo tale.

– E quindi dobbiamo rassegnarci alla fine delle storie?

– Attendete. A partire da Ottobre avrete milioni di nuove storie da raccontare.

La maieutica

In Italia era il tempo della guerra. Si era in guerra già da diversi anni e le cose andavano come vanno sempre le cose quando si è in guerra. Male. Ma siccome si era in Italia, male ma con il sorriso e i balli di gruppo e i gruppi su Facebook. Però, la sera del 10 marzo, cambiò tutto. In una seguitissima trasmissione televisiva, durante la quale grazie al televoto del pubblico da casa si decideva come gestire le operazioni militari (cosa che aveva consentito alle forze armate italiane di riconquistare la Dalmazia), ecco dicevo, la sera del fatidico 10 marzo erano presenti come ospiti MimmoTiger68, un noto tiktoker esperto di strategia militare, e Fulgenzio Anonimo, un tizio qualunque in rappresentanza dell’Uomo comune.

– Allora MimmoTiger68, ci dica quale dovrebbe essere la successiva direttrice d’attacco dell’esercito italiano.

– Grazie per la domanda, guardi, io ritengo che fortificata la Dalmazia dovremmo rivolgere lo sguardo a ovest. Anche la Costa Azzurra, diretta prosecuzione geografica della Riviera ligure, deve tornare italiana.

– Ma le forze nemiche minacciano il territorio metropolitano da est e da sud, perché andare a ovest?

– Proprio perché le forze nemiche aspettano un nostro contrattacco ad est e a sud, allora noi dovremmo prendere tutti alla sprovvista e attaccare a ovest. Perché in guerra, come già insegnato da Sun Tzu nella sua opera fondamentale, “Call of Duty”, in guerra non c’è arma migliore della confusione tra le fila del nemico.

– Interessante punto di vista, come sempre. E lei, signor Fulgenzio, cosa ne pensa?

– Io vorrei fare una domanda al dottor MimmoTiger68…Mi dica, perchè stiamo combattendo?

– Come perchè? Perché il sacro suolo patrio è stato attaccato!

– Si d’accordo, ma prima, prima, cos’è successo?

– Prima, prima, hanno minacciato di attaccarci

– Si d’accordo, ma prima, prima, cos’è successo?

– Prima, prima, hanno messo delle pesanti sanzioni economiche contro di noi portandoci quasi alla fame

– Si d’accordo, ma prima, prima, cos’è successo?

– Prima abbiamo riconquistato la Libia…

– E perché lo abbiamo fatto?

– Per difendere le minoranze italiane minacciate dall’integralismo islamosocialista di un governo burattino del Grande Est.

– E prima del governo fantoccio chi governava la Libia?

– Un governo democratico e liberale.

– Salito al potere con un colpo di stato finanziato da chi?

– Da noi.

– Perchè?

– Perché ci regalava il petrolio e il gas.

– E mentre era al potere questo governo democratico e liberale noi a chi vendevamo le nostre armi?

– Alla guerriglia

– Perchè?

– Perchè così il governo comprava sempre più armi da noi.

– Quindi, noi finanziavamo il governo e al tempo stesso la guerriglia, arricchendoci con una guerra civile creata e finanziata da noi e inoltre depredando il paese delle sue risorse, poi qualcuno ha pensato di mettere fine a questo schifo per imporre un altro tipo di schifo solo che a noi questa cosa non è andata giù e abbiamo pensato bene di invadere militarmente il paese. E adesso ne paghiamo le conseguenze. È corretto?

– Ehm..ehm, si, cioè… si, è corretto.

– Quindi possiamo affermare cosa?

– Che questa guerra è sbagliata. Si, chiedo a tutti i telespettatori di votare per la pace!

– Che serata! Che colpo di scena! Il dottor MimmoTiger68 si è espresso, in modo inequivocabile. Votate, cari telespettatori, votate per la pace! Signor Fulgenzio, vuole aggiungere qualcosa?

– No, è già stato detto tutto. Vorrei solo fare un appello a chi ci segue. Questa sera, dopo che avrete votato per la pace, quando sarete a letto, prima di dormire, dedicate un pensiero alla maieutica, l’unica via per far fuoriuscire da dentro di noi quelle verità già presenti ma che noi ignoriamo di possedere. La maieutica, votate.

E così, quella sera del 10 marzo, il televoto consegnò la vittoria alla pace con il 98,5% delle preferenze. Il giorno dopo la guerra finì e grazie a diversi influencer gli hashtag #maieutica e #maieuticaforfollow balzarono in cima ai trend di tutti i canali social. Una settimana dopo l’Italia divenne una nazione di filosofi. Le persone iniziarono ad applicare la maieutica in ogni singolo ambito della loro vita. Mentre facevano la spesa per decidere se comprare i pomodori cuore di bue o pachino, in chiesa intavolando discussioni e dibattiti dopo ogni omelia, in strada o agli aperitivi…insomma, ovunque. E i guerrafondai scoprirono così di essere in realtà solo bisognosi di coccole, e i comunisti scoprirono che la rivoluzione non l’avevano mai fatta solo perchè non avevano mai imparato a ridere, e i fascisti scoprirono che in fondo avevano detto sempre e solo delle boiate e si ritirarono tutti a vita privata, e i cinici scoprirono che in realtà avevano solo bisogno di affetto, e gli arrabbiati capirono che una carezza li faceva stare meglio di uno schiaffo. E così, infine, anche nel Parlamento, tutti i politici, ormai filosofi, scoprirono l’iniquità del potere e decisero di abolire tutte le istituzioni e rendere effettivo l’etimo della parola “democrazia”.  E fu l’Anarchia, quella bella, quella vera, quella nobile. E nacque non dalle armi o dalle bombe ma da una parola. Maieutica.

Qui si riparano sogni infranti

Fulgenzio Anonimo era un piccolo borghese, nel senso che abitava in un piccolo borgo, ed era un banchiere, nel senso che… no niente, nel senso che lavorava proprio in una banca. Però Fulgenzio non era felice, prestare soldi e poi farseli ridare con gli interessi e poi prendere case, auto, anime di chi non aveva i soldi per pagare le rate… no, quel lavoro non era allegro. Almeno per lui. E lo capì guardando un gabbiano in volo sul mare, no no, non il vero mare ma una foto in alta definizione sullo schermo del suo pc. Così, in una notte insonne, ebbe un’idea. Dare fuoco alla banca. Però, subito dopo, Fulgenzio pensò alla galera e, siccome neanche questa era una cosa allegra, abbandonò i suoi propositi incendiari (ad onor del vero, un pò a malincuore). Ma, sempre in quella notte insonne, ebbe un’altra idea. E questa gli piacque. Il giorno dopo, alle 08.55, Fulgenzio Anonimo entrò nell’Ufficio del Super Direttore e si licenziò. Il giorno dopo aprì la sua nuova attività, un piccolo laboratorio artigianale che accoglieva i clienti con una allegra insegna con su scritto: “Qui si riparano sogni infranti”. E Fulgenzio era davvero bravo a riparare i sogni infranti. C’era la donna che aveva desiderato il principe azzurro senza averlo mai trovato, e il bambino che voleva diventare astronauta ma che fattosi adulto non aveva neanche la patente del monopattino, e c’era il musicista che sognava grandi concerti in stadi straripanti di pubblico e che invece cinquant’anni dopo suonava tutte le sere nella piccola osteria del popolo del piccolo borgo con ubriaconi molesti e piattole come pubblico, e c’era l’operaio che sognava di diventare padrone e c’era il padrone che sognava di diventare buono e c’era il prete che sognava l’amore e c’era il ladro che sognava di vincere il concorso alle poste e c’era il comunista che aveva passato la vita a preparare la rivoluzione delle masse proletarie ma dopo decenni di comizi gli unici compagni rimasti erano la solitudine e il dubbio di una vita sprecata e c’era… insomma dai, avete capito come funziona la cosa. Fulgenzio prendeva tutti questi sogni infranti e ne rimetteva insieme i cocci. Sogni di nuovo scintillanti e vivi come appena usciti dalla fabbrica dei sogni. E Fulgenzio era così bravo che nel tempo la sua fama travalicò i confini del piccolo borgo, sorpassò il piccolo fiume, superò le piccole montagne, dilagò nella piccola valle e infine raggiunse la piccola capitale al di là del piccolo orizzonte. E così un giorno il telefono squillò.

– Pronto, “Qui si riparano sogni infranti”, buongiorno!

– Buongiorno, sono il dottor Melograno, Primo Presidente Emerito della A.T.Q.S.

– Ehm…  A.T.Q.S.?

– Associazione Trentenni e Quarantenni Sconfitti, la nostra associazione rappresenta il 95% della popolazione che va dai 30 ai 49 anni.

– Ah… e l’altro 5%?

– Il restante 5% lavora in banca. Comunque, Dottor Anonimo, la contatto perchè l’associazione che ho l’onore di presiedere…

– La A.T.Q.S.

– Esatto, dicevo, l’associazione che ho l’onore di presiedere avrebbe un’importante commessa per lei.

– Mi dica, di cosa si tratta?

– Come da tradizione, ogni anno consegniamo a tutti gli associati un regalo, un piccolo presente diciamo, per premiare la loro permanenza in ambito associativo. Abbiamo regalato, agende, forni a microonde, calendari, spremiagrumi, set di penne colorate insomma, un pò di tutto. E quest’anno il Consiglio, per onorare al meglio il trentennale dell’Associazione, ha deciso di regalare ad ogni associato la riparazione dei loro sogni infranti.

– Oh, un pensiero nobile e di gran classe oserei dire. Ma mi dica, dottor Melograno, indicativamente di che sogni stiamo parlando? Sa, così magari posso anche farle un preventivo…

– Oh ma certo certo, si vede subito che lei è un professionista… beh, dunque, diciamo che la tipologia di sogni da riparare rientrano tutti in un’unica categoria.

– Molto bene, questo sicuramente le farà risparmiare qualcosa.  Di che sogno si tratta?

– Il sogno infranto dei nostri associati è quello della stabilità. Stabilità lavorativa, emotiva, sentimentale. Negli anni hanno tutti riparato più volte il loro sogno, usando i collanti migliori presenti sul mercato, come alcool, droghe, depressione, cinismo, superficialità ma, mi creda dottor Anonimo, ogni riparazione durava meno della precedente e alla fine si sono ritrovati tutti con dei cocci di precariato ormai inutilizzabili.

– Uhmmm, questa non è una buona notizia, dottor Melograno, perchè vede, il miglior collante è “Speranza”, purtroppo la Mega Fabbrica non ne produce più almeno dai primi anni Novanta, e anche di seconda mano è ormai introvabile.

– Accidenti… e non esiste un collante alternativo a “Speranza”? Anche una sottomarca o, che ne so, uno scarto di produzione…

– Purtroppo no dottor Melograno, gli unici due adesivi altrettanto buoni erano “Fiducia nel futuro”, ma dopo che le fonti di approvvigionamento della materia prima sono andate distrutte dieci anni fa la produzione era diventata così costosa  che si è preferito cessarla del tutto. L’altro adesivo altrettanto buono era “Ideologia” ma alla fine degli anni Ottanta la Mega Fabbrica lo dichiarò pericoloso per la salute dei consumatori e fu bandito per legge. Anni dopo, a dire il vero, si era tentata la produzione di un derivato di “Ideologia”, forse ne ha sentito parlare, veniva commercializzato con il nome di “Contestazione”, ma anche questo fu considerato tossico e la produzione cessò nei primi anni Duemila… Purtroppo, dottor Melograno, mi sa che i sogni infranti dei suoi associati sono destinati a rimanere tali…

– Dottor Anonimo, che gran dolore mi dà…

– Uhmm, però…

– Però…?

– Forse ho qualcosa che potrebbe comunque fare felici i soci della A.T.Q.S. …

– Fantastico! Mi dica, mi dica!

– Ecco, si tratta di una miscela di mia invenzione, formata da “Ironia” e “Leggerezza”, da spalmare sui cocci dei sogni infranti. I sogni rimarranno interrotti, ma almeno i frammenti inizieranno a brillare di mille lucine colorate. Mi creda, in una stanza buia fanno il loro bell’effetto!

– Beh, meglio di niente… va bene dottor Anonimo, in serata le dò conferma dell’ordine così mi manda il preventivo! Buona giornata.

– Grazie a lei, buona giornata.

Dopo quella telefonata, Fulgenzio si fermò a guardare i ragazzini giocare al piccolo banchiere sulla piazza antistante la Chiesa del Sacro Cuore della Produttività. Avrebbe tanto voluto guardare i gabbiani in volo sul mare. Ma il piccolo borgo era circondato da piccole montagne. E non aveva più il suo pc con lo sfondo in alta definizione. Prese l’insegna e con un pennarello nero modificò la scritta “Qui si riparano sogni infranti”. La riappese all’ingresso del suo piccolo laboratorio artigianale.

“Qui si riparano (alcuni) sogni infranti”. E sotto, in piccolo, “Torno subito. Sono andato a cercare il mare”.

Ristorante Pandemia

Fulgenzio Anonimo era un povero diavolo. Letteralmente. Fulgenzio Anonimo era un diavolo di basso rango, con contratto a tempo determinato e assunto tramite un’agenzia interinale. Ed era anche povero, perché tra l’affitto da pagare, e il mantenimento della ex moglie, e tutto il resto, riusciva a mettere da parte ben poco del suo già magro stipendio. Anzi, a dire il vero, nulla. Anzi, a dire il vero aveva parecchi debiti con degli strozzini assai poco raccomandabili del clan degli Arcangeli. Comunque, Fulgenzio Anonimo era un povero diavolo di basso rango, addetto al controllo ed al monitoraggio delle reazioni negative sui social. Un lavoro noioso, di basso profilo e privo di concrete possibilità di crescita e di avanzamento di carriera. Il diavolo Fulgenzio pensava forse a tutto questo, o forse pensava che prima o poi si sarebbe dovuto decidere a portare la macchina dall’elettrauto per far sostituire la freccia non funzionante già da mesi. Si, beccarsi anche una multa dalla stradale non sarebbe stato il massimo. E anche perdere tre punti dalla patente non sarebbe stata una cosa tanto simpatica. Che poi in realtà, a ben pensarci, avrebbe dovuto anche far sostituire i freni. E magari lavarla. E forse anche comprarla nuova. Forse pensava a tutte queste cose o forse, semplicemente, non pensava a nulla quando un bliip al cellulare lo informò di un nuovo messaggio in arrivo. Era il suo Capo Area, un soggetto abbastanza fastidioso (come tutti i capi di questo e dell’altro mondo), che gli comunicava di aver deciso di anticipare di tre mesi la consegna del report annuale sui trend delle negatività social. Il diavolo Fulgenzio sbuffò, pensò che forse era giunto il momento di dare le dimissioni, ma poi si ricordò del suo conto in banca, e sospirò. Era comunque quasi l’ora della pausa pranzo e, proprio là vicino, nel vicolo “Al lazzaretto di San Rocco” c’era uno dei suoi ristoranti preferiti, il “Ristorante Pandemia”. Tanto valeva fermarsi e mettere qualcosa di caldo nello stomaco.

– Salve dottò, un tavolo per uno?

– Si si, grazie.

– Perfetto dottò, si metta qua.

– Grazie.

– Dunque dottò, oggi il menù prevede un antipasto ai morti in mare, come primo gnocchi con crema di gorgonzola e spolverata di malaria e come secondo abbiamo braciole al sugo di covid con contorno di dpcm alla salsa tonnata.

– Perfetto, grazie.

– Da bere, dottò?

– Un disagio medio alla spina, grazie.

– Molto bene dottò, la servo immantinente.

Il diavolo Fulgenzio già pregustava il pranzo, un menù fisso da pochi euro che l’avrebbe tenuto lontano, almeno per la durata della pausa pranzo, dalle richieste del Capo Area, dal pensiero degli strozzini del clan degli Arcangeli, dalla petulante ex moglie, da un lavoro che non lo appagava e, in definitiva, anche da sé stesso.

– Mi scusi dottò, purtroppo dalla cucina mi comunicano che il contorno di dpcm alla salsa tonnata era nel menù di ieri, se però lo gradisce le posso portare il dpcm saltato al lockdown.

– Si certo, non c’è problema.

Il cameriere portò il disagio medio alla spina. E subito dopo l’antipasto ai morti in mare. E poi gli  gnocchi con crema di gorgonzola e spolverata di malaria, un primo delizioso, pensò Fulgenzio. E poi arrivarono le braciole al sugo sfumato al covid con contorno di dpcm saltato al lockdown. Le braciole erano tenerissime, pensò Fulgenzio, e il sugo sfumato al covid esaltava al meglio il sapore della carne. E poi assaggiò il dpcm saltato al lockdown. Fulgenzio non lo aveva mai assaggiato prima. Strana consistenza, croccante, mandorlato, con note di limone e… e poi, improvvisamente, si fermò tutto. Si fermò il tempo, lo spazio, si fermò anche la gocciolina di sugo che dalla forchetta alzata a mezz’aria aveva iniziato la sua caduta verso il bordo del piatto e che, in condizioni fisiche normali, sarebbe esplosa in uno schizzo ostile che avrebbe imperturbabilmente macchiato la camicia di Fulgenzio. E invece la goccia di sugo era lì, immobile, sospesa nell’aria. E così pure il cameriere, bloccato nell’istante che precede il tentativo di mantenere in equilibrio un piatto e quello che ne vede la rovinosa caduta, e così anche gli altri clienti, tutti congelati nei loro ultimi gesti, espressioni e anche pensieri avuti un attimo prima che il lockdown contenuto nel dpcm, masticato da Fulgenzio, sprigionasse tutto il suo sapore. Il diavolo Fulgenzio provò ad alzarsi per toccare con mano quella bizzarria, ma anche lui si vide costretto, inevitabilmente, all’immobilità. E anche i pensieri persero gradualmente nitidezza. Tutto, anche nella sua testa, iniziò a rallentare e a spegnersi come tante candeline tristi. E infine fu il buio. Il diavolo Fulgenzio si ritrovò immerso nel buio e nel silenzio. E poi, da un punto imprecisato, un ronzio, e una luce, prima flebile, iniziò a danzare e a prendere la forma, sempre più concreta, di un enorme palcoscenico. E si apre il sipario ed entrano in scena nuvole bianchissime che assumono le forme più strane. Quella di un bambino. Quel bambino è lui, non c’è dubbio. Lo vede tirare calci ad un vecchio pallone, e poi seduto ai piedi di un melograno ad accarezzare un cagnolino, e poi altre nuvole, altre forme, altre scene, un lui ragazzo impaurito mentre stringeva le mani al suo primo grande amore, andato poi a male come i diritti dei lavoratori. E poi la scena lo trasportò nel mezzo di una manifestazione contro la guerra, e su di un palco a parlare di rivoluzione e di classi sociali…e mentre era tutto buio, la bandiera rossa in fiamme. A terra rimaneva solo un mucchietto di impalpabile cenere, subito soffiato via da una fredda raffica di vento indifferente. Indifferente come era lui adesso mentre osservava l’infinita parata dei suoi infiniti istanti. Poi il sipario si chiude, il palcoscenico si dissolve e qualcuno lo fa sedere su di una poltrona fatta di nuda roccia, posto d’onore in una tribuna tutta blu e argento. Intorno a lui amori passati e altri che invece non erano mai stati, amici d’infanzia, compagni di banco, compagni di vita e compagni in generale, colleghi, vicini, conoscenti e amici inghiottiti dalle nebbie della vita; tutti lì, seduti intorno a lui con gli occhi chiusi e un fiore in mano. Poi tutto si dissolve in un turbolento vortice liquido che sa di limone e di cuori infranti e si ritrova sott’acqua, sbattuto infine a riva dalle onde. È notte e fa freddo e la spiaggia umida è occupata solo da una coppia che si abbraccia tra un morso di pizza e un sorso di Bjorne. Si avvicina, si riconosce. Quel ragazzo è ancora lui. Prova a chiamarli, a toccarli, ma nessuno lo vede, nessuno lo sente. E allora si siede accanto al lui del passato e lo ascolta mentre con aria sognante racconta all’infreddolita ragazza la storia delle stelle e dei pianeti…Decide di allontanarsi, il lui del passato ancora non lo sa ma quelle sarebbero state le sue ultime ore in compagnia di quella ragazza. Guarda la coppia per un’ultima volta e poi si incammina, senza più voltarsi indietro, verso un albero di melograno. Ai piedi del tronco c’è un pagliaccio morto, con un sorriso sereno e con una rosa in mano. Passa oltre, fino ad una vecchia barca abbandonata su quella spiaggia dimenticata da tutti. Lì si siede, spalle contro il relitto e piedi in acqua, chiude gli occhi e inspira a pieni polmoni il profumo della notte. Ripensa a sua madre…quanti anni erano passati? Tanti, probabilmente…tanti. Resta così per un tempo indefinito lungo quanto la vita dell’universo e breve quanto il flash di un pensiero, quando un suono simile a campane lontane lo riassorbono nel buio del sonno e, lentissimo, apre gli occhi. È sveglio, con la bocca amara e incapace di capire ora e luogo del tempo attuale. La nebbia si dissolve. Il ristorante. I clienti, il cameriere, il tempo e lo spazio sono ancora bloccati, immobili. Poi, d’un tratto, la goccia di sugo cade, si infrange sul bordo del piatto e, come prevedibile, si tramuta in schizzo che va ad infrangersi sulla camicia di Fulgenzio. E il tempo riparte. I clienti tornano in vita, il cameriere non riesce a mantenere in equilibrio il piatto che cade trasformandosi in mille schegge, il brusio della vita riparte là da dove si era interrotto. Il sapore del lockdown era finito. Fulgenzio pagò il conto, prese il cellulare. Tre messaggi e due chiamate. Lo spense e uscì dal locale. E di lui non si seppe più nulla, anche se qualcuno dice di averlo visto in riva al mare a tirare calci ad un pallone. Finalmente col sorriso.

Il Tempo imperfetto

[… Intanto, Udama, che aveva assistito alla sparizione di Etana, allarmatosi, dopo un minuto in cui la paura lo pietrificò, salì sulla scala urlando il nome dell’amico, giunse al buco e, anche lui, vi si affacciò oltre e vide quello che poco più di due minuti prima aveva visto Etana e… e non ebbe il tempo di vedere altro perché una forza irresistibile lo risucchiò completamente attraverso il buco e vide solo luce, e poi buio, e poi si ritrovò come sott’acqua, e di nuovo buio e infine luce…]

Questa storia ha inizio là dove un’altra si avviava verso la fine. Quando i due “astrolonomi” Etana e Udama, inviati sulla Luna per rattoppare il Cielo, dopo giorni e poi settimane dalla loro partenza, non fecero ritorno nella città di Eridu, bassa Mesopotamia, la preoccupazione prese il sopravvento sulla speranza. E infine, all’alba del ventunesimo giorno dalla partenza dei due “astrolonomi”, il Re chiamò il Primo Servitore Reale.

– Fate immediatamente qui venire il Sommo Sacerdote Charb-Otti e il Fabbro Reale Gihan.

– Subito, o Grande Padre della Città di Eridu.

    I due, ricevuta la convocazione reale, immediatamente si diressero verso il palazzo e, quasi alle porte della Grande Casa di Mattoni del Grande Padre della Città di Eridu, si incontrarono.

    – Salve, Sommo Sacerdote.

    – Salve a te, Fabbro Reale.

    – … di quei due non c’è più traccia…

    – … già… ma tu pensi che ormai… che insomma, sono…?

    – Solo gli dèi lo sanno.

      Ed entrati nella Grande Casa di Mattoni, si fecero annunciare al Re.

      – Sommo Sacerdote, Fabbro Reale, ditemi che fine hanno fatto i nostri due astrolonomi Etana e Udama.

      – Ehm, ecco Sire, noi… non…

      – Forza, avanti, parlate!

      – Sire, non lo sappiamo, avrebbero dovuto fare ritorno già da tempo…

      – E il Cielo? È stato rammendato almeno?

      – No Sire, i buchi luminosi sono ancora tutti al loro posto…

      – Per tutti gli dèi di questo e dell’altro Tempo! E adesso?

      – Adesso possiamo attendere che il Cielo si squarci definitivamente, oppure…

      – Oppure…?

      – Oppure inviamo altri due sulla Luna per terminare il lavoro di rammendo del Cielo e per recuperare Etana e Udama.

      – Così sia. Fabbro Reale Gihan, ordino la costruzione di una nuova fionda.

      – Sarà fatto, Sire, ma dovendo riportare poi qui dalla Luna quattro persone anziché due la cesta dovrà essere grande il doppio e, quindi, anche la fionda dovrà essere molto più grande.

      – Certo, certo, questo non è un problema, Fabbro Reale, tutte le risorse di cui avrai bisogno ti saranno messe a disposizione.

      – Sire, un’ultima domanda… chi inviamo stavolta?

      – Questa è un’ottima domanda, Sommo Sacerdote Charb-Otti, ma la risposta è semplice. Andrete tu e il Fabbro Reale Gihan.

      – Ah…

      – Ah…

      – Bene. E adesso andate.

        E i due, per un lungo tratto di strada, non parlarono, un po’ guardando il cielo incupiti e un po’ guardando a terra sospiranti.

        – Beh, Sommo Sacerdote, io sono arrivato. Mi metto subito all’opera.

        – Bene, Fabbro Reale. Io invece andrò a chiedere agli dèi pietà per le nostre due anime e, perché no, anche per i corpi.

          E così, Gihan, il Fabbro Reale, si mise all’opera. Per cinque notti e cinque giorni nessuno lo vide più in giro, era chiuso nella profonda cripta del suo laboratorio, intento a progettare e a misurare e a calcolare. E forse anche a fare testamento. Poi, sul finire del quinto giorno, convocò i capi della Sacra Gilda dei Carpentieri, del Gran Consiglio dei Fornitori e dell’Oscuro Sindacato dei Lavoratori Uniti.

          – Bene signori. Questi sono i progetti della nuova fionda. Che abbia inizio la costruzione.

            E così, alle primissime luci del mattino successivo, centinaia di operai, per dieci giorni e dieci notti, lavorarono, intagliando e cesellando e martellando ed inchiodando e intrecciando e innalzando inni agli dèi e sul finire della decima notte, alle prime luci dell’alba, sulla valle antistante le porte della città, una fionda, ancora più grande della precedente fionda più grande mai immaginata dalla mente umana, si stagliava imperiosa e gloriosa contro il paesaggio circostante.

            Il Sommo Sacerdote Charb-Otti, con i paramenti sacri delle grandi occasioni, benedisse la struttura, tre volte, per sicurezza; il Re si compiacque e organizzò un banchetto, aperto anche agli abitanti delle città vicine e lontane e, infine, disse:

            – Sommo Sacerdote Charb-Otti e Fabbro Reale Gihan, nobile servitore di quello che sta sopra uno e laborioso facitore di cose che prima non esistevano l’altro, a voi affido questa missione. Andate sulla Luna e raggiungete le stelle. A voi affido questo filo, prodotto con le fibre più pregiate e rare e bagnato nell’oro e nell’argento e baciato dalla Dea con la Fossetta sul Mento. Cucite ogni buco e rendete il Telo del Cielo forte e stabile, così come ogni cosa dovrebbe essere. E, infine, se potete, recuperate i due nobili e coraggiosi studiosi Etana e Udama, o quello che ne resta, e riportateli a noi.

              E tra gli abitanti di Eridu e delle città vicine e lontane, per la prima volta insieme allo stesso tavolo, calò il silenzio. Charb-Otti e Gihan annuirono con gli occhi e in silenzio presero posto nella grande cesta al centro delle funi ritorte in tensione estrema.

              E il Re, con voce ferma e bassa, disse:

              1. – Lanciate!

              E la tensione della fune fu liberata dai blocchi e con un suono simile allo schiocco di mille fruste tonanti la cesta con i due sumeri volò, lontana, sempre più piccola nel cielo, un puntino sempre più piccolo che alla fine scomparve. E i due all’interno ovviamente avevano paura, e mentre la terra sotto di loro si faceva sempre più piccola la Luna, invece, sempre più grande si apriva ai loro occhi. Sempre più grande e più vicina fino a quando non videro altro che lei.

              E infine vi si schiantarono contro.

              Charb-Otti e Gihan uscirono dalla cesta e toccarono la superficie lunare, e una leggera nube di effimera polvere d’argento impalpabile li avvolse, e guardandosi intorno non videro altro che grigio.

              – Gihan, prendi la scala e vediamo di capirci qualcosa. – Eccola.

              – Proviamo con quella stella, sembra la più vicina. Tu tieni la scala, io salgo.

                E, dopo soli cinque gradini, Charb-Otti raggiunse la prima stella. E vide che, effettivamente, era un buco, così come avevano detto i due astrolonomi, grande il doppio della sua testa. Ma vide anche altro. Quello che da giù, da Eridu, sembrava luce era, in realtà, solo una piccola parte del visibile. Dal buco, infatti, provenivano suoni, e rumori, e profumi. E, preso dalla curiosità, ci si infilò dentro con metà del suo corpo e guardò verso il basso e vide che sotto di lui si apriva un intero mondo fatto di montagne, fiumi, pianure e, mentre si affacciava su quel mondo sotto di lui attraverso il buco nel Telo del Cielo, si sentì come risucchiato dentro ma riuscì a divincolarsi appena in tempo.

                – Gihan, presto, prendi il filo e assicuralo bene e portalo qui.

                  E così fecero, e srotolarono il filo baciato dalla Dea con la Fossetta sul Mento attraverso il buco e videro che arrivava quasi a toccare il suolo e, preso il coraggio a piene mani, iniziarono la discesa, che fu faticosissima perché dovettero resistere ad una forza misteriosa che tentava di trascinarli verso il basso. Con le mani e i muscoli delle braccia che bruciavano per la fatica, piano piano i due sumeri scesero fino ad attraversare le nuvole più alte, e poi quelle più in basso, e poi scesero ancora fino alle cime delle montagne, e poi ancora fino alle colline, e poi ancora fino agli alberi più alti e poi ancora giù fino a quando finalmente posarono i piedi a terra. E pochi secondi dopo, il filo baciato dalla Dea con la Fossetta sul Mento si dissolse in un’esplosione silenziosa di scintille che per una frazione di secondo illuminò a giorno la notte di quel luogo.

                  – E adesso? Come faremo a fare ritorno alla cesta?

                  – Non lo so, Gihan, proprio non lo so. Domani cercheremo di capire dove siamo, adesso dormiamo un po’. E che gli dèi ci assistano.

                    E così, al sorgere del sole, il Sommo Sacerdote e il Fabbro Reale si misero in cammino, attraversando una vasta pianura, un fiume che scorreva lento, e poi un bosco quasi interminabile e poi ancora un’altra pianura e poi, all’improvviso, urla e mugolii e i due non fecero in tempo a elaborare un frammento di pensiero che si ritrovarono circondati da quelli che sembravano essere uomini primitivi ma leggermente diversi dagli uomini per come loro conoscevano gli uomini. Questi erano più tozzi e muscolosi, e dalle forme assai più squadrate. Il Sommo Sacerdote Charb-Otti riprese subito in mano la situazione, e dopo un cerimonioso inchino fece le presentazioni. Per tutta risposta, quegli strani uomini primitivi, che palesemente ignoravano la lingua sumera, a gesti e suoni inarticolati invitarono i due a seguirli.

                    – E adesso?

                    – E adesso li seguiamo, non possiamo fare altro.

                      E dopo un’ora di camminano arrivarono in un piccolo villaggio fatto di grotte e capanne rudimentali all’interno di una fitta boscaglia, e con tutti gli abitanti del villaggio un po’ incuriositi e un po’ intimoriti dai due nuovi arrivati. Infine, ai due sumeri diedero acqua e cibo e dopo li rinchiusero in una specie di recinto. E fu così per diverso tempo, fino a quando, un giorno, li fecero uscire dal recinto e, a gesti, fecero capire loro che potevano muoversi liberamente nel villaggio. E i primi giorni, Gihan e Charb-Otti, li passarono a osservare quegli strani uomini, così simili ma al tempo stesso così diversi da loro e, piano piano, inevitabilmente, la curiosità superò la diffidenza, e sia da un lato che dall’altro si cercò di stabilire un contatto con quelli che, agli occhi di ognuna delle due parti, erano esseri strani e diversi. E così i due sumeri, con il passare delle settimane, si integrarono nella vita del villaggio, cominciarono ad andare a caccia, a costruire trappole e la sera a consumare il cibo intorno al fuoco insieme agli strani uomini a cui, a loro volta, insegnarono a parlare e, con il passare dei mesi, a scrivere. E Gihan insegnò loro l’arte della metallurgia e i segreti della carpenteria, e Charb-Otti raccontò degli dèi che stavano da qualche parte oltre il Cielo e instaurò la Legge degli Uomini della città di Eridu e spiegò come coltivare i campi.

                      E passarono le stagioni, e infine gli anni, e Gihan e Charb-Otti più volte costruirono una fionda, sempre più grande, con elastici sempre più potenti, con la speranza di raggiungere le stelle così da fare ritorno a casa, ma sempre senza successo perché il Cielo si stava sempre di più allontanando dalla Terra e così, col passare del tempo e dei tentativi falliti, iniziarono sempre meno a pensare al loro ritorno a casa perché la loro casa era adesso in quel villaggio che, anno dopo anno, si andava ingrandendo, con case in pietra, e strade, e scuole dove ai bambini si insegnava a leggere e a scrivere, e laboratori di artigiani, e con enormi templi dedicati alle divinità sumere, e che ogni giorno accoglieva sempre nuovi abitanti provenienti dai villaggi vicini e lontani.

                      – Gihan, abbiamo fatto un buon lavoro in questi anni…

                      – Si, Charb-Otti… chissà se lassù, o laggiù, qualcuno ancora si ricorda di noi…

                      – Non ci pensare, amico mio… Piuttosto, hai pensato alla mia idea?

                      – Quella di farti proclamare re? Non lo so, cioè, tu fai pure se lo ritieni opportuno ma io, amico mio, preferirei non essere coinvolto.

                      – E così sia, senza rancore. E adesso scusa, ma devo andare a preparare il discorso per l’incoronazione.

                        Il giorno dopo, uno tra i tanti nella folla festante e acclamante, Gihan assistette all’incoronazione dell’ex Sommo Sacerdote, ora re Charb-Otti I. Gihan scosse la testa, e si allontanò. Prima di uscire dalla piazza ebbe però il tempo di ascoltare una frase, smozzicata dagli applausi, del nuovo re.

                        – … Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione

                          E da quel momento le strade dei due sumeri si separarono per sempre.

                          Re Charb-Otti I consolidò il suo potere, espanse a dismisura i possedimenti di quella che era diventata una grande città-stato e che era stata ribattezzata Nuova Eridu, portò prosperità e pace e, in fondo, divenne un re benvoluto dai sudditi.

                          Gihan, invece, passò i suoi giorni ad affinare l’arte della metallurgia e a scrivere la storia della sua vita e degli eventi che lo avevano condotto in quel mondo. E un giorno conobbe Asha.

                          E i due iniziarono a passare le notti a guardare le stelle e a raccontarsi storie.

                          – Ma te la posso chiedere una cosa?

                          – Certo, dimmi…

                          – Ma secondo te, quand’è che diventiamo adulti?

                          – Eh, Asha, forse quando smettiamo di farci questa domanda…

                          – Uhh come è serioso questa sera il mio Gihan! Piuttosto, mi racconti ancora di quando sei sceso dalle stelle?

                          – Nel mio mondo, chiamato Eridu, c’erano questi due studiosi che un giorno scoprirono che le stelle altro non sono se non buchi nel Telo del Cielo e la luce che…

                          – Ma, aspetta… se le stelle sono buchi, quella cos’è?

                            E alzò il dito verso il cielo indicando una stella molto più brillante delle altre con una lunga coda rossa.

                            – Quella è una cometa e secondo gli antichi è una…

                              Ma la spiegazione di quello che credevano gli antichi a proposito delle comete fu interrotta dal bacio di Asha. E da molti altri ancora. E nove mesi dopo nacque Ysu, la loro prima figlia e il primo essere in assoluto a nascere, in quel mondo, con gli occhi del colore del mare.

                              E gli anni continuarono a passare. Nuova Eridu era diventata la capitale di una federazione di decine di altre città-stato che prosperavano le une a beneficio delle altre.

                              E alla fine re Charb-Otti I morì. E pochi giorni dopo, anche Gihan smise di essere.

                              A questo punto la storia potrebbe finire qui. E invece è proprio da qui che la storia ha inizio. O meglio, un’altra storia.

                              Già, perché gli strani uomini primitivi erano degli uomini di Neanderthal e che da lì a breve, con l’arrivo dell’Homo sapiens, si sarebbero incamminati sulla strada dell’estinzione. E invece arrivarono nel loro mondo i due sumeri e i Neanderthal in pochi anni fecero un salto evolutivo e tecnologico impressionante e che mai avrebbero altrimenti fatto e quando infine entrarono in contatto con i Sapiens furono questi ultimi a soccombere. La Storia era cambiata.

                              Meno di un secolo dopo la morte dei due sumeri, la federazione di città-stato dei Neanderthal aveva già unificato l’Europa occidentale sotto la guida della capitale Nuova Eridu. Strade in pietra collegavano ogni angolo del continente, ovunque si veneravano gli dèi della mitologia sumera, e dal Mare del Nord al Mediterraneo si parlava la stessa lingua. Qualche migliaio di anni dopo anche l’Africa fu inglobata nella federazione. E, qualche decina di millenni dopo, anche la sterminata Asia fu unificata sotto la bandiera di Nuova Eridu. E mentre nella cronologia della Storia come la conosciamo noi in uno sperduto villaggio della Galilea nasceva un certo Yēšūa’, nel mondo dalla cronologia alterata della federazione dei Neanderthal si facevano le prime scoperte geografiche. Prima l’Australia e, in quello che per noi è l’anno 1000, le Americhe e, pochi secoli dopo, i due Poli. E poi, piano piano, i primi contrasti tra le città-stato più ricche e la nascita di diverse fazioni e alleanze e poi la guerra totale per la presa del potere e la fine della Federazione e, dopo trent’anni di distruzione, finalmente la pace, senza vincitori. E allora si decise che mai più ci sarebbero dovute essere guerre e così tutte le città-stato, abdicando la loro autonomia, diedero vita, tutte insieme, all’O.N.U. (Organizzazione dei Neanderthal Uniti), una struttura di governo mondiale che nel corso degli anni preservò la pace, eliminò le ingiustizie e costruì un mondo perfetto dove tutti avevano tutto. Il mondo, quel mondo, diventò, nel corso di pochi decenni, un luogo privo di guerre e dove la povertà e il dolore si trasformarono in concetti sempre più lontani dalla quotidianità, concetti riportati ormai solo nei dizionari. Ma poi, col passare dei secoli, sparirono anche dai dizionari, così come sparirono nozioni quali libertà e libero arbitrio perché, nella società perfetta disegnata dall’Organizzazione dei Neanderthal Uniti, le persone avevano smesso di pensare, e quindi desiderare e contestare.

                              – Stasera usciamo? – Aspetta, vediamo cosa dice OTTI… no, dice che stasera non è consigliato.

                              – Va bene, alla prossima. – Ciao.

                              E così per tutto, dalle decisioni semplici fino alle più grandi, ogni cosa finì per essere delegata all’algoritmo decisionale di OTTI, un’Intelligenza Artificiale che l’Organizzazione dei Neanderthal Uniti aveva sviluppato per dare un ordine al naturale caos presente in qualunque società complessa. E poi, con il passare del tempo, le persone smisero di chiedere all’algoritmo consigli sulle decisioni da prendere e iniziarono semplicemente a fare quanto veniva loro detto di fare dall’algoritmo stesso; tutti, dalla culla alla tomba, si ritrovarono con la vita programmata, ogni singolo minuto, ora, giorno, mese e anno, tutto pianificato in modo perfetto e assolutamente collimante con le molteplici altre esistenze; niente più decisioni sbagliate, indecisioni e rimpianti, lavoro sicuro e benessere per tutti, ogni malattia debellata, i cuori smisero di essere spezzati e anche gli dèi infine diventarono superflui. E qui qualcuno starà sicuramente pensando che, finalmente, da qualche parte nell’Universo e nel Tempo, esiste una Terra che è un posto migliore di quello che noi conosciamo. Vero, ma… ma poi, qualche decennio dopo, il governo mondiale dell’ONU decise di impiantare chip dell’intelligenza artificiale OTTI direttamente nel cervello delle persone, e quel poco di volontà e di libero arbitrio rimasti sparirono definitivamente rendendo la popolazione mondiale una massa anonima di automi privi di sentimenti ed emozioni. E mentre la vita degli umani diventava così perfetta da risultare apaticamente infelice, un posto, un piccolo posto sulla Terra, rimase escluso da quanto accadeva nel resto del pianeta. Si trattava di una quasi inaccessibile valle circondata da aspre montagne e solcata da due fiumi. La valle, segnata sulle carte geografiche con il nome di “Valle Celeste”, era puntellata da tante piccole città i cui abitanti erano tutti con gli occhi azzurri, discendenti di Ysu, la figlia di Gihan e Asha e che nel suo particolare colore degli occhi trasmise il corredo genetico sia dei Neanderthal che dei Sapiens. Nel corso dei secoli i “Celestini”, termine usato per indicare tutti i nati con gli occhi del color del cielo, erano stati sempre considerati strani, diversi, gente che preferiva passare il tempo a guardare le stelle e a farsi domande piuttosto che integrarsi nel sistema mondiale perfetto che lentamente si andava costruendo, venendo ghettizzati e perseguitati e quasi sterminati fino a quando l’ONU non decise di chiuderli in una riserva, lontani da tutti e dotati di totale autonomia amministrativa. E qui, nella valle, i “Celestini” si organizzarono, costruirono villaggi, e poi città e, infine, con la nascita dell’Unione delle Libere Città Comunitarie, si trasformarono in stato. I comunitari, così i “Celestini” definivano loro stessi, erano un popolo dedito alla speculazione filosofica, allo studio delle stelle e alla costante ricerca della ricetta per la felicità, e quindi condannati all’infelicità. Qui, nella città capitale, in una sera di luglio, due astronomi scrutano il cielo.

                              – Ehi, Uma, guarda qua! – Ena, ma… cos’è? – Una cometa rossa. – … rossa… – Già, molto strano… Andiamo a riferirlo a chi di dovere.

                              E così i due astronomi si dirigono alla Gran Loggia dei Commercialisti, da sempre custodi della conoscenza.

                              – Prego, entrate. Dite, signori astronomi, cosa vi porta alla Gran Loggia?

                              – Deve sapere, Gran Maestro Commercialista, che stanotte è apparsa in cielo una cometa rossa e… ecco, queste sono le foto e… – Rossa, avete detto? – Rossa, Gran Maestro… – Uhmm bene bene, grazie per l’informazione, datemi le foto, ecco bene, adesso andate.

                              E, appena i due astronomi uscirono:

                              – Gran Coppiere, porta il Gran Libro Mastro.

                              E pochi minuti dopo un grande libro rilegato in oro e chiuso da sette sigilli viene consegnato tra le Mani del Gran Maestro.

                              – Grazie, puoi andare.

                              E rotti i sette sigilli, il Gran Maestro inizia a leggere. E passano le ore e si fa l’alba, e poi infine il sole sorge e, poco prima di mezzogiorno:

                              • – Gran Coppiere, convoca il Gran Consiglio dei Sommi Commercialisti.

                              E un’ora dopo, tra squilli di tromba e ticchettii di registratori di cassa, i Sommi Commercialisti presero posto all’interno della Grande e Oscura Spelonca del Diritto Tributario.

                              – Sommi Commercialisti, vi ho qui convocati perché, udite, nel buio del Cielo è apparso il Segno che da millenni aspettavamo e… – Il Gran Segno! È apparso! Prodigio! – Si Sommi, la Cometa Rossa è apparsa… e così come previsto dalle Scritture ho rotto i Sette Sigilli e ho letto il Gran Libro Perduto del Fabbro Gihan… – Ohhhh! – Per secoli abbiamo nascosto tra le partite doppie il mistero che custodiamo, adesso Gihan il Fabbro ha rivelato la sua storia, la nostra storia, i segreti non detti delle Stelle e del Cielo e… – E… ??!! – … e il segreto della felicità…

                              Brusii e mugolii e inni di lode innalzati al cielo.

                              – Rivelacelo, Gran Maestro, rivelaci il segreto della felicità! – La felicità si trova nelle piccole e grandi infelicità quotidiane, nelle imperfezioni e negli errori, se tutto fosse perfetto perderemmo la nostra umanità. Così ha scritto il Fabbro Gihan.

                              Brusii e mugolii e inni di lode innalzati al cielo.

                              – E adesso seguitemi, andiamo a predicare il Verbo del Fabbro Gihan!

                                Tutti i Sommi Commercialisti uscirono dalla sala e si sparpagliarono per il mondo predicando l’imperfetto e il rimpianto.

                                Quando tutti se ne furono andati, entrò nella Grande e Oscura Spelonca del Diritto Tributario il Gran Coppiere, borbottando per il gran disordine che sarebbe toccato a lui rimettere in ordine, quando, sul leggio al centro, vide il Gran Libro Perduto e, mosso dalla curiosità, si mise a leggerlo. E passano le ore e si fa l’alba, e poi infine il sole sorge e, poco prima di mezzogiorno:

                                – Dannazione! Quegli sciagurati di commercialisti non ci hanno capito nulla!

                                Prese con sé il volume e si diresse all’Osservatorio astronomico.

                                – Oh, il Gran Coppiere! Qual buon vento amic… – Dottor Ena, Dottor Uma, salve, scusate se mi presento così all’improvviso, ma vi devo assolutamente parlare! – Ahm, si, certo… prego, prego si accomodi. Ci dica, cos’è successo? – Ecco, dunque, ricordate che siete venuti dal Sommo Gran Commercialista ad annunciare il passaggio di una cometa rossa? Ecco, la cometa rossa era il segnale atteso per poter finalmente leggere il contenuto del Gran Libro Perduto del Fabbro Gihan e… e, niente, è stato letto, interpretato, convocato il Gran Consiglio e si è deliberato e… e…

                                – …E…? Cosa? – E quei commercialisti da quattro soldi hanno sbagliato tutto, tutto! – Hanno sbagliato…? – Si, tutto! L’unica cosa che hanno capito è che la felicità non esiste e adesso sono partiti per il mondo a predicare le virtù dell’errore e dell’imperfezione. Probabilmente quegli sciocchi finiranno con l’essere presi a sassate. – Oh. Eh, si però, ehm, diciamo che non mi sembra un messaggio sbagliato quello che… – Non è questo il punto! Ecco, guardate, questo è il Gran Libro Perduto del Fabbro Gihan… Dunque, qui racconta la storia di come lui e Charb-Otti sono arrivati da un altro tempo, qui di come Charb-Otti divenne il primo re, qui fa le sue considerazioni sull’impossibilità della felicità perfetta e qui… Ah si, ecco, qui è dove parla della cometa rossa. Leggete.

                                Ena e Uma si chinarono quindi sulle antiche pagine e inforcati gli occhiali in perfetta sincronia, lessero quanto raccontavano quei caratteri minuti.

                                «Ed ero con la mia Luna, Asha, e guardavamo le stelle e ci raccontavamo mille storie, immaginando che ogni stella fosse il seme di un’anguria e la Terra la rossa polpa, e poi le raccontai del mio viaggio attraverso gli astri e di come il Cielo fosse una porta tra infiniti mondi e tempi attraverso quei buchi che sono le stelle quando lei mi blocca.

                                – Ma, aspetta… se le stelle sono buchi, quella cos’è?

                                Era una cometa. Ma sembrava diversa da tutte quelle che già mi era capitato di vedere, sembrava rossa. E continuai ad osservarla nelle notti seguenti, ed essa diveniva sempre più visibile, con una lunghissima coda di un rosso brillante. E così decisi. Avrei costruito una nuova fionda ma, questa volta, in segreto. E così, dopo dieci giorni, la fionda era pronta, la fune per poter ridiscendere sulla Terra, pure e la cometa era ormai così vicina che anche in pieno giorno brillava sulle nostre teste. Potevo partire. Il viaggio fu molto più breve di quello che anni prima aveva portato me e Charb-Otti sulla Luna. Il terreno sembrava fatto di cristalli di quarzo e di finissima sabbia nera e tutto circondato da un velo opalescente rossastro che si faceva sempre più intenso e vivo man mano che mi avvicinavo alla coda. E poi finalmente ho visto la scia della coda, ho guardato dentro di essa e ho capito. La cometa nella sua corsa squarciava brevemente quel possente Telo chiamato Cielo, che poi si richiudeva, come ricucito da una sapiente mano, e attraverso quello strappo sotto, al di là della luce, apparivano scena di un altro Tempo, scene brevi che dopo poco si richiudevano, coperte dal Telo nero del Cielo, ma subito ne appariva un’altra e poi un’altra ancora e così via. E il tempo che ho visto era il mio Tempo, il Tempo di prima che arrivassi qui attraverso una stella. Ho visto la mia città Eridu, la fionda mentre veniva costruita, il Re di Eridu parlare con i due astrolonomi e Charb-Otti diventare Sommo Sacerdote, poi ho visto la mia nascita e la nascita dei miei genitori, poi ho visto la città ingrandirsi, e quando era ancora solo un piccolo villaggio, e ne ho visto la fondazione e poi… e poi ho smesso di guardare. Potevo tornare a casa, a Eridu, mi sarebbe bastato fare un solo piccolo passo e attraversare lo strappo del Tempo e fuggire da questo mondo che sta diventando sempre più sbagliato ma avrei dovuto abbandonare Asha perché non ci sarebbe stato il tempo di tornare indietro, costruire una fionda più grande e ripartire insieme, la cometa si stava già allontanando dalla Terra e presto sarebbe stata fuori portata. E allora ho fatto un passo indietro, ho srotolato la fune e sono ridisceso sulla Terra e nelle notti che seguirono guardai la cometa allontanarsi fino a perdersi nel nero. Ho scelto l’amore ad una vita migliore.».

                                Ena e Uma si tolsero gli occhiali in perfetta sincronia.

                                – Un bel brano… – Si, concordo con il mio collega… ma, Gran Coppiere, perché era così urgente farcelo leggere? – Ma è semplice! Dopo migliaia di anni la stessa cometa si ripresenta sulle nostre teste e abbiamo la possibilità di fare quello che il Fabbro Gihan non ha avuto il coraggio di fare… – Ehm… andare in un altro tempo? E perché? – Si esatto, attraversare il tempo e arrivare a Eridu prima del lancio della fionda, e se la fionda non sarà lanciata, Charb-Otti non arriverà mai nel nostro Tempo e la follia di questo mondo che ha avuto inizio con la sua dinastia non avrà mai luogo! – Uhm Uhm… si, potrebbe funzionare! – Funzionerà! Ma dobbiamo fare presto, abbiamo poco tempo per costruire una fionda per due persone. – Due… ? – Si, andrete voi due. In fondo siete astronomi e scienziati, quali migliori menti potrebbero portare a termine questo incarico? – E sia, Gran Coppiere!

                                E così i tre iniziarono, in gran segreto, a costruire una fionda abbastanza grande da portare due persone sulla cometa. E la notte del quinto giorno, quando ormai la cometa era quasi alla distanza minima, tutto fu pronto.

                                – Beh, Ena, Uma… a quanto pare ci siamo…

                                  E i tre si abbracciarono. Poi l’elastico fu portato alla massima tensione e fu rilasciato, e il Gran Coppiere osservò la cesta con i due astronomi volare sempre più in alto fino a perdersi.

                                  Pochi minuti dopo, Ena e Uma scesero sulla cometa, osservando il terreno che sembrava fatto di cristalli di quarzo e di finissima sabbia nera e tutto circondato da un velo opalescente rossastro che si faceva sempre più intenso e vivo man mano che si avvicinavano alla coda e poi infine anche loro videro lo svolgersi delle scene di un altro Tempo così come le aveva descritte il Fabbro Gihan.

                                  – Uma, guarda! Ci siamo! È questo il Tempo dove dobbiamo andare! Forza, attraversiamo!- gridò Ena mentre osservava la scena della costruzione della fionda.

                                    Ma Uma inciampò, Ena lo aiutò a rialzarsi e attraversarono insieme lo squarcio non sapendo che quel minuto di ritardo aveva fatto loro perdere la finestra temporale. Quando arrivarono a Eridu, infatti, la fionda non c’era, il re aveva un altro nome e la città era molto più piccola. Erano a Eridu, ma cinquant’anni prima degli eventi che avrebbero dovuto impedire che avvenissero. E così, Ena e Uma, bloccati sulla Terra in un Tempo sbagliato due volte, dopo aver visto la cometa allontanarsi fino a sparire, si rassegnarono all’idea di dover vivere il resto dei loro giorni in quella città della bassa Mesopotamia, e cercarono di integrarsi come meglio poterono, uno come artigiano e l’altro come agricoltore.

                                    – Ena, ma ha ancora senso ricominciare da capo? – Si Uma, specie quando non si ha più nulla da perdere… – Ma noi, Ena, avevamo tutto… – Un motivo in più per ricominciare.

                                      E dopo qualche anno si sposarono con due donne del posto, e dopo qualche anno ancora entrambi divennero padri, e dopo molti anni ancora Ena e Uma morirono e i loro due figli, le cui madri già all’atto del parto erano morte, furono adottati dall’assistente del Sommo Sacerdote, un giovane di nome Charb-Otti, che li fece studiare e infine assumere come astronomi e astrologi reali. I due si chiamavano Etana e Udama, e anni dopo avrebbero scoperto uno strappo nel Telo chiamato Cielo, e l’avrebbero comunicato al Sommo Sacerdote che poi l’avrebbe comunicato al re, e poi si sarebbe costruita una fionda e Etana e Udama sarebbero partiti per rammendare il Cielo ma…

                                      Ma questa, si sa, è un’altra storia.

                                      Sumeri, fossette sul mento e costellazioni improbabili

                                      Un giorno qualunque (ma probabilmente un mercoledì) di un’estate qualunque di un anno qualunque nella città di Eridu, bassa Mesopotamia, il Sole tramontava placido tra le acque basse del Lago Hammar. O meglio, tra le acque di quel lago che solo millenni dopo avrebbe assunto il nome di Lago Hammar ma che nel momento in cui questa storia è ambientata è ancora conosciuto con il nome de “la palude”.

                                      E se questo incipit vi suona familiare beh, non vi sbagliate. Tu che mi stai leggendo forse ti ricorderai di Etana e Udama, i due astrologi/astronomi (e che per comodità anche qui definiremo “astrolonomi”) che temendo che il Cielo si stesse squarciando si fecero lanciare sulla Luna grazie ad una enorme fionda e, una volta arrivati, si affacciarono in una stella e… e poi, vabbè, è una storia che è già stata raccontata. Tutto questo solo per dirti, a te che mi leggi, che i due protagonisti sono gli stessi, ma prima della Luna, prima della fionda, prima che diventassero “astrolonomi” al servizio del re della città di Eridu. Prima di tutto.

                                      Etana e Udama erano due ragazzi, e come tutti i ragazzi di ogni luogo e epoca, passavano il loro tempo a lamentarsi degli insegnanti, a ribellarsi agli adulti e a sognare in grande.

                                      – Non mi importa quello che dice il Sommo Sacerdote, appena potrò prenderò una barca tutta mia e andrò al di là del Mare Grande.

                                      – Io invece voglio andare a Est e scoprire il buco da dove sorge il Sole.

                                      – E quando lo avrai scoperto cosa farai?

                                      – Ci metto una pietra sopra così sarà sempre notte, almeno quel poveraccio di mio padre può dormire un po’, ché è sempre tanto stanco la mattina all’alba quando deve andare a lavoro.

                                      E se oggi questi discorsi ci fanno un po’ sorridere in fondo, ricordiamolo, è con i sogni adolescenziali che si è nutrito il progresso di quella scimmia chiamata Uomo.

                                      Insomma, Etana e Udama erano amici. Poi un giorno arrivò nella città di Eridu una nuova Dea. E per quanto oggi possa sembrare strano, all’epoca era un evento abbastanza normale; il mondo era ancora giovane e anche gli dei non erano sempre esistiti. Terminato il periodo di formazione presso il Mondo dell’Altrove, i nuovi dei scendevano sulla Terra e si presentavano agli Uomini, entravano nelle città, offrivano banchetti, si presentavano e offrivano la loro protezione. Così anche questa nuova Dea. Una delle più belle tra tutte quelle giunte fino a quel momento nella bassa Mesopotamia. Indescrivibile per il suo splendore e portatrice di gioia con il suo sorriso e, caso unico tra tutti gli dei e le dee conosciuti a quel tempo, con una graziosissima fossetta sul mento. Inutile dire che Etana e Udama se ne innamorarono immediatamente e, poveri loro, perdutamente.

                                      – Io la amo!

                                      – Io la amo di più!

                                      – Io la amo meglio!

                                      – Io la amerò per sempre!

                                      – Io la amerò per sempre e in modo perfetto!

                                      Beh, insomma, avete capito. In breve tempo i due amici finirono per litigare. Ma, in fondo, erano pur sempre amici e la contesa doveva necessariamente trovare una risoluzione.

                                      – Lasciamo che sia la Dea a decidere.

                                      – Ci sto. Ma… come fare a parlare con lei?

                                      – Mmmh, bella domanda. Andiamo dal Sommo Sacerdote, lui sicuramente saprà.

                                      E così i due innamorati si recarono dal Sommo Sacerdote Ugh-Orium (padre del futuro Sommo Sacerdote Charb-Otti).

                                      – Etana! Udama! Che volete?

                                      – Omaggi, o Sommo Sacerdote! Vorremo sapere se è possibile parlare con la nuova Dea…

                                      – Perché mai due sciagurati come voi vorrebbero parlare con la nuova Dea?

                                      – Vede, o Sommo Sacerdote, il fatto è che entrambi ne siamo innamorati e quindi…

                                      – Ahhh questa è questione di cuore! Dovevate dirlo subito. Vi farò parlare con la nuova Dea e con suo Padre. Saranno loro a Giudicare le vostre intenzioni.

                                      E così il Sommo Sacerdote Ugh-Orium accompagnò i due ragazzi presso la casa del Padre degli Dei.

                                      – Padre degli Dei, il tuo umile Sommo Sacerdote chiede di poter parlare.

                                      – Parla, amico mio.

                                      – Tua figlia, la nuova Dea, ha rapito il cuore di questi due ragazzi che mi accompagnano ed essi ti chiedono il privilegio di poter parlare con Ella affinché Ella possa decidere.

                                      – Innanzi alle questioni di cuore il Padre degli Dei sempre si inchina. Chiamate mia Figlia, la nuova Dea.

                                      E la nuova Dea con la fossetta sul mento entrò nella sala così come la luce dell’alba entra nei sogni.

                                      – Figlia, il cuore e la mente di questi due ragazzi ti appartengono ed essi chiedono una tua parola.

                                      E la nuova Dea arrossì, e dal suo rossore nacque una nuova stella in un Universo diverso dal nostro.

                                      – Padre, io non so scegliere, non voglio scegliere e non posso scegliere. Me ne andrò tra le stelle, il primo che troverà il mio viso tra le infinite luci del Cielo avrà la mia mano.

                                      E così la nuova Dea divenne stelle tra le stelle, invisibile agli occhi degli Uomini e degli Dei.

                                      Ed Etana e Udama passarono la notte e le notti successive a scrutare il Cielo alla ricerca del volto amato, e per settimane e mesi cercarono, e poi i mesi divennero anni, e diventarono adulti, e rimasero amici, e diventarono astrologhi e astronomi al servizio del re della città di Eridu e continuando a osservare il Cielo alla ricerca dei lineamenti della nuova Dea scoprirono nuove stelle, e poi il timore che il Cielo si stesse lacerando, e poi la fionda, e la luna, e la stella che li inghiottì in un futuro che non avevano previsto… e la nuova Dea non fu mai più ritrovata. E poi i vecchi Dei morirono e ne giunsero di nuovi, e di lei si perse anche il ricordo. Ma lei è ancora là, nascosta tra le stelle. E la notte, quando si sente sola, una lacrima solca il cielo. E là dove la meteora brucia il nero, osservate attentamente.

                                      Troverete una forma di viso, con una fossetta sul mento.

                                      Ma questa è un’altra storia

                                      Un giorno qualunque (ma probabilmente un mercoledì) di un’estate qualunque di un anno qualunque nella città di Eridu, bassa Mesopotamia. Il Sole tramontava placido tra le acque basse del Lago Hammar. O meglio, tra le acque di quel lago che solo millenni dopo avrebbe assunto il nome di Lago Hammar ma che nel momento in cui questa storia è ambientata è ancora conosciuto con il nome de “la palude”. Comunque sia, il Sole tramontava scintillante tra le acque basse e ferme della palude e, poco più a destra in alto nel cielo, una pallida Luna attendeva il momento per entrare in scena. Anche nella città di Eridu qualcuno attendeva il buio della notte per entrare in scena: Etana e Udama, due astrologi/astronomi (chè all’epoca la differenza non era ancora così chiara) e che, nel momento in cui stiamo posando il nostro sguardo su di loro, sono impegnati a discutere di un problema che già da diverse ore li assilla.

                                      – E quindi, o esimio collega Etana, concordiamo sulla nostra ipotesi?

                                      – Vedi, caro Udama, io credo la nostra ipotesi sia valida ma…

                                      – Ma…?

                                      – Ma è pericolosa…dobbiamo chiedere il parere del Sommo Sacerdote…

                                      – Si, il Sommo Sacerdote ci dirà sicuramente qual è il parere degli Dei in merito.

                                      E così, in piena notte, i due astrologi/astronomi Etana e Udama si recarono nella Grande Tenda Rossa e chiesero udienza con al Sommo Sacerdote Charb-Otti.

                                      – Vi rendo omaggio, o devoti al Cielo e alle Stelle, cosa vi porta nella dimora del Sommo Sacerdote degli Dei?

                                      – Perdonaci per l’ora tarda, ma io ed il mio collega Udama avremmo urgenza di un tuo parere.

                                      – Chiedete pure.

                                      – Ecco, Sommo Sacerdote Charb-Otti, la questione è complicata. Io ed il mio collega Udama crediamo di aver scoperto che le stelle altro non sono che dei buchi nel cielo…

                                      – Le stelle dei buchi nel cielo?! Non capisco…

                                      – Uhm, mi spiego meglio. Il Cielo forse è solo un grande telo che nasconde agli occhi di noi mortali quello che c’è oltre, che c’è dietro. Però negli anni questo telo si è logorato, bucato, e quindi durante la notte la luce di quello che c’è dietro filtra attraverso questi piccoli buchi…

                                      – E come fate ad affermare una simile teoria??

                                      – Perché, Sommo Sacerdote Charb-Otti, nel Cielo la scorsa notte è apparsa una nuova stella, e un’altra ancora una settimana prima. Il Cielo, o Sommo Sacerdote, si sta lacerando!

                                      – Possano gli Dei dei nostri Antenati proteggerci da una simile sciagura! Fatemi consultare i testi sacri, devo capire se questo evento fa parte di una qualche profezia.

                                      E così, il Sommo Sacerdote Charb-Otti, recatosi nella Grande Stanza dalle Mille Candele, consultò tutte le profezia passate, presenti e future, realizzate, irrealizzate e in corso di realizzazione, tutte le leggende, sia locali che dei popoli più lontani, conosciuti, sconosciuti, amici e nemici. E così, cinque minuti dopo (si, è poco, ma all’epoca, quando si era ancora all’inizio del Mondo, tutta la Storia e le Leggende e le Profezie occupavano non più di 15 pagine ehm…tavolette), il Sommo Sacerdote Charb-Otti tornò dai due astrologi/astronomi (che, per comodità del Narratore, d’ora in poi chiameremo astrolonomi) e, con aria cupa, disse:

                                      – Se è vero quanto dite, il Cielo si sta squarciando e la catastrofe incombe su di noi. Dobbiamo fare qualcosa.

                                      – Oddei! Che fare?

                                      – Andiamo dal Re, Egli saprà!

                                      – Andiamo, andiamo!

                                      E così il nostro allegro terzetto, che tanto allegro non era, formato dai due astrolonomi e dal Sommo Sacerdote, si recò speditamente alla Grande Casa di Mattoni del Grande Padre della Città di Eridu e, fattisi annunciare, chiesero udienza al Re, ottenendola.

                                      – Etana e Udama, cosa vi porta al mio cospetto allontanandovi dallo studio delle stelle? E tu, o Sommo Charb-Otti, cosa ti spinge ad abbandonare la cura degli Dei e, nel cuore della notte, a recarti innanzi al tuo Re con un’espressione tanto cupa? Orsù, parlate pure.

                                      – Ecco, O potentissimo Re della Prima Città, io, Charb-Otti, che servo te con la stessa fede che riservo agli Dei, sono qui per comunicare alla nobile tua intelligenza quanto i qui presenti studiosi, Etana e Udama, hanno poc’anzi comunicato a me. Il Cielo, Sire, si sta strappando.

                                      – Per tutti gli Dei di questo e dell’altro Tempo! Che significa?

                                      – Ecco, O potentissimo Re dei Primi Uomini, io ed il mio collega Udama abbiamo ipotizzato che le stelle altro non sono che dei buchi nel possente Telo chiamato Cielo, Telo che nasconde alla vista quello che c’è nell’aldilà dell’aldiqua e la cui luce indescrivibile, penetrando attraverso suddetti buchi, appare come tanti piccoli puntini luminosi. Ma io ed il mio collega abbiamo scoperto due nuove stelle, due nuovi buchi, in pochi giorni, e se il Cielo dovesse continuare a lacerarsi cosa resterà? Crediamo, O Superlativo Re, che se il Cielo dovesse continuare a bucarsi l’aldilà non sarebbe più trattenuto e precipiterebbe sulla Terra…

                                      – Catastrofe e tragedia! Cosa possiamo fare??

                                      – Cosa fare?

                                      – Già, cosa fare?

                                      – E se provassimo a rattoppare i buchi?

                                      – …Rattoppare i buchi?

                                      – Rattoppare i buchi! Grande idea, Sire!

                                      – Certo, rimarremmo senza stelle ma almeno quello che c’è dietro al Cielo non ci cadrebbe addosso…Gli Dei ci perdoneranno, credo…

                                      – Si, O Luminosa Maestà, confermo che gli Dei ci perdoneranno!

                                      – Bene ma…come fare? Abbiamo scale abbastanza lunghe da arrivare a toccare le stelle?

                                      – Uhm, no, Sire…io ed il mio collega Udama ci abbiamo già provato, anche con più scale non si riesce a toccare il Cielo.

                                      – Uhm…Chiamatemi il Fabbro Reale!

                                      E così, nel cuore della notte, Gihan, il Fabbro Reale, fu convocato presso la Grande Casa di Mattoni del Grande Padre della Città di Eridu.

                                      – Eccomi, O Grande Sire Padre degli Uomini di Eridu, come ti posso servire?

                                      – Gihan, o degno discendente di tuo Padre, può la tua Arte aiutarci ad arrivare a toccare le stelle?

                                      – Uhm uhm, Sire, richiesta ardita… anche con tutte le scale del la città l’impresa è impossibile…però…

                                      – Però?

                                      – Però?

                                      – Però??

                                      – Però posso costruire una fionda abbastanza potente da portare due uomini sulla Luna, da lì, per toccare le stelle, dovrebbero bastare un paio di piccole scale.

                                      – Bene, metti la tua Arte subito all’opera e non badare a spese.

                                      E così, Gihan, il Fabbro Reale, si mise all’opera. E centinaia di operai per cinque giorni e cinque notti lavorarono, intagliando e cesellando e martellando ed inchiodando e intrecciando e sul finire della quinta notte, alle prime luci dell’alba, sulla valle antistante le porte della città, la fionda più grande mai immaginata dalla mente umana si stagliava imperiosa contro il paesaggio circostante. Il Sommo Sacerdote Charb-Otti benedisse la struttura, il Re si compiacque e organizzò un banchetto aperto anche agli abitanti delle città vicine e, infine, disse:

                                      – Etana e Udama, nobili studiosi di quello che sta sopra, a voi affido la missione. Andate sulla Luna e raggiungete le stelle. A voi affido questo filo, prodotto dalla fibre più pregiate e rare e bagnato nell’oro e nell’argento. Cucite ogni buco e rendete il Telo del Cielo forte e stabile, così come ogni cosa dovrebbe essere.

                                      E tra gli abitanti di Eridu e delle città vicine, per la prima volta insieme allo stesso tavolo, calò il silenzio. Etana e Udama annuirono con gli occhi e in silenzio presero posto nella cesta al centro dell’elastico già in tensione estrema.

                                      E il Re, con voce ferma e bassa, disse:

                                      – Lanciate!

                                      E l’elastico fu liberato dai blocchi e con un suono simile al fragore di una tempesta la cesta con i due astrolonomi volò, lontana, sempre più piccola nel cielo, puntino sempre più piccolo che alla fine scomparve. E i due astrolonomi, all’interno, ovviamente avevano paura, e mentre la terra sotto di loro si faceva sempre più piccola la Luna, invece, sempre più grande si apriva ai loro cuori. Sempre più vicina fino a quando non videro altro che lei. E infine vi si schiantarono contro. Etana e Udama uscirono dalla cesta e toccarono la superficie lunare, polvere d’argento luminescente, e presero le scale.

                                      – Udama, proviamo con quella stella, sembra la più vicina. Tu tieni la scala, io salgo.

                                      E, dopo soli 5 gradini, Etana raggiunse la prima stella. E vide che, effettivamente, era un buco, grande il doppio della sua testa. Ma vide anche altro. Quello che da giù, dalla Terra, sembrava luce era, in realtà, solo una piccola parte della realtà. Dal buco, infatti, provenivano suoni, e rumori, e voci. E, preso dalla curiosità, ci si infilò dentro con metà del suo corpo e guardò verso il basso e vide una città, enorme, con case altissime e scure, e fumi densi e neri che fuoriuscivano da altre case dalle forme mai viste, e ponti sui fiumi, e strani carri senza cavalli nelle strade, e milioni di uomini vestiti con strani abiti blu formicolanti davanti a strani manufatti rumorosi ed enormi e tutti quegli uomini con le facce tristi e nere e…e non ebbe il tempo di vedere altro perché una forza irresistibile lo risucchiò completamente attraverso il buco e vide solo luce, e poi buio, e poi si ritrovò come sott’acqua, e di nuovo buio e infine luce.

                                      – Signora, è un bel maschietto! Come lo vuole chiamare?

                                      – Karl…

                                      Era il 5 maggio 1818.

                                      Intanto, Udama, che aveva assistito alla sparizione di Etana, allarmatosi, dopo un minuto in cui la paura lo pietrificò, salì sulla scala urlando il nome dell’amico, giunse al buco e, anche lui, vi si affacciò oltre e vide quello che poco più di due minuti prima aveva visto Etana e…e non ebbe il tempo di vedere altro perché una forza irresistibile lo risucchiò completamente attraverso il buco e vide solo luce, e poi buio, e poi si ritrovò come sott’acqua, e di nuovo buio e infine luce.

                                      – Signora, è un bel maschietto! Come lo vuole chiamare?

                                      – Friedrich…

                                      Era 28 novembre 1820.

                                      I due amici, catapultati in tempi diversi, si cercarono per anni. Poi, il 28 agosto 1844 al Café de la Régence, a Parigi, si incontrarono e parlarono per dieci giorni e dieci notti di seguito e cosa si dissero non lo sappiamo così come loro ancora non potevano sapere che sarebbero diventati due dei più grandi riv…

                                      Ma questa, si sa, è un’altra storia.

                                      Il pacemaker a osmosi inversa

                                      – Allora, ragazzi, dove siamo arrivati ieri?

                                      – Prof, ieri ci ha spiegato la nascita delle Nazioni Liberali Unite Terrestri.

                                      – Ah bene. Allora oggi spiegheremo come infine si giunse alla scissione dell’Umanità e alla nascita dell’Unione Socialista Marziana. Dunque, ragazzi, ricordate…

                                      – Liberalismo e capitalismo! Proprietà privata! Libera impresa! Abolizione di lacci e lacciuoli normativi!

                                      – Bravi ragazzi! E all’inizio, effettivamente, il mondo prosperò, il benessere aumentò, la libertà dilagò ma poi, lentamente, il capitalismo, che come vi avrà sicuramente spiegato la professoressa di Economia Pianificata è un mostro avido che si nutre di sfruttamento, prese il sopravvento. Nacque il mito della produttività ad ogni costo, e si sviluppò una nuova religione i cuoi ministri, chiamati “mental coach”, propagandavano il raggiungimento degli obiettivi aziendali come unico scopo nella vita degno di essere perseguito, e i lavoratori divennero tutti precari e a tutti loro venne fatto credere che la flessibilità avrebbe consentito una maggiore libertà di gestione del proprio tempo e invece finirono tutti per lavorare di più guadagnando meno e quindi a vedersi costretti a fare più lavori contemporaneamente per guadagnare di più e sacrificando così quel poco tempo libero che il capitalismo aveva lasciato nelle loro mani.

                                      – Prof ma perché nessuno si è ribellato??

                                      – In realtà qualcuno si ribellò. Esistevano ancora quelle vecchie organizzazioni, delle quali vi ha sicuramente parlato il docente di Storia Antica, chiamate “Sindacati”. Questi sindacati provarono a organizzare degli scioperi, delle contrattazioni collettive, ma, purtroppo per loro, ormai il loro ruolo era ininfluente in quanto il capitalismo, grazie alla precarizzazione del lavoro, era riuscito a rompere la storica unità di classe instillando in tutti i lavoratori, costantemente preoccupati per il rinnovo del loro contratto, il germe dell’individualismo. E come avrete sicuramente appreso seguendo il corso di Dottrina Politica, la forza del proletariato sta nell’unità di classe, venendo meno quella viene meno ogni argine allo strapotere del capitalismo.

                                      – Prof quindi il capitalismo sulla Terra, alla fine, vinse?

                                      – Non proprio. Vedete, cari ragazzi, nonostante tutta la propaganda dei “mental coach”, nonostante tutto l’individualismo, nonostante tutta la mercificazione dilagante, nonostante tutto questo in fondo al cuore di ogni essere umano continuava a pulsare una scintilla di resistenza, una scintilla fatta di sogni e di sentimenti. E fino a quando sarebbero esistiti sogni e sentimenti la vittoria del capitalismo sarebbe stata solo una vittoria a metà.

                                      – Woow! E poi? E Poi?

                                      – E poi, il 25 settembre della Secondo Turno della Terza Era, si riunì il Supremo Consiglio di Amministrazione delle Nazioni Liberali Unite Terrestri. In questa riunione, tenete a mente la data perché è importante per gli sviluppi della storia che stiamo raccontando, il Supremo Consiglio di Amministrazione, formato dai Nove Grandi Magnati, presentò all’Assemblea Generale degli Azionisti il Pacemaker a Osmosi Inversa…

                                      – Prof, il cosa?

                                      – Il Pacemaker a Osmosi Inversa, all’epoca l’ultimo ritrovato della scienza terrestre. Un piccolo dispositivo granulare in bustina. Sciolto in acqua e ingerito a contatto con gli acidi dello stomaco i granuli di nanoparticelle si infiltrano nei vasi sanguigni e una volta raggiunto il cuore si aggregano formando un piccolo pacemaker che si autoinstalla alle pareti cardiache.

                                      – E poi? Che succedeva?

                                      – Poi il pacemaker, tramite piccolissimi impulsi elettrici, normalizzava costantemente il battito cardiaco su di un ritmo medio mentre una piccola membrana osmotica contenuta al suo interno provvedeva a filtrare dal sangue ogni traccia di sentimento e sogni.

                                      – Sentimenti e sogni nel sangue, prof?

                                      – Si ragazzi, non avete affrontato l’argomento in Archeobiologia? Comunque, tempo fa, Anselmina Dei Quokka, una scienziata terrestre vissuta nel Terzo Turno della Seconda Era, scoprì una molecola, passata poi alla storia con il nome di “molecola Quokka”, prodotta direttamente dalle cellule cardiache, che una volta immessa nel flusso sanguigno e arrivata al cervello si attiva e stimola la produzione di quelli che noi oggi chiamiamo sentimenti, sogni, desideri ed emozioni. Ecco, il pacemaker ad osmosi inversa trattiene la molecola “Quokka” e grazie a microscariche elettriche la neutralizza, dissolvendola. Inoltre, come dicevamo prima, il pacemaker stabilizza il battito cardiaco ad un ritmo medio, adeguato al lavoro e alla quotidianità ma non alle emozioni più passionali, quali rabbia, amore e felicità.

                                      – E quindi prof…? Cosa è successo dopo?

                                      – E quindi il l’Assemblea Generale degli Azionisti delle Nazioni Liberali Unite Terrestri approvò all’unanimità la proposta del Supremo Consiglio di Amministrazione di somministrare all’intera popolazione terrestre il pacemaker a osmosi inversa in bustina.

                                      – E poi? E poi?

                                      – E poi la classe dominante ingaggiò tutti gli influencer e mental coach terrestri affinché presentassero il pacemaker a osmosi inversa come l’ultimo ritrovato per il raggiungimento della felicità più pura e la gente fece file chilometriche per pagare per quella magica bustina che avrebbe tolto loro ogni residuo di umanità e…

                                      – E…?

                                      – E in breve tempo ogni residuo di sentimento, ogni frammento di sogno o briciola di desiderio sparì dalla faccia della Terra, la produttività diventò l’unico obiettivo di vita delle masse proletarie, tutti smisero di emozionarsi guardando la Luna perché troppo occupati a leggere email aziendali e a pianificare obiettivi e ad accaparrarsi straordinari per ottenere l’ambito riconoscimento di “dipendente del mese”, ma…

                                      – Ma…?

                                      – Ma, fortunatamente, il pacemaker a osmosi inversa non era perfetto. Qualche settimana dopo la somministrazione di massa si scoprì, inaspettatamente, che alcuni erano immuni ai suoi effetti. Poeti, sognatori, innamorati e artisti continuavano a credere in qualcosa di diverso. E inizialmente furono studiati e venne fuori che i loro cuori producevano un tipo diverso di molecola “Quokka”, resistente e autorigenerante, e allora vennero isolati, e poi additati come nemici del popolo, e poi incarcerati e, infine, inviati su Marte, che all’epoca era una colonia penale terrestre.

                                      – E poi…?

                                      – E poi, cari ragazzi, come ogni cosa esiste un inizio e una fine. Sulla Terra, la popolazione, ormai privata di ogni umanità, iniziò a produrre sempre di più, sempre di più, e ancora sempre di più, fino a quando qualcosa non si rupe dentro, e aumentarono i suicidi, le nascite crollarono, la produzione crollò, la povertà si diffuse, le guerre civili scoppiarono, il governo si dissolse, e gli esiliati su Marte si ritrovarono isolati in un Sistema Solare ostile, e rifondarono le basi di una società diversa da quello che era stato.

                                      – Prof…ma allora perché poi anche l’Unione Socialista Marziana crollò se loro erano i buoni?

                                      – Perché, come tutti i sognatori, si erano innamorati del loro sogno, e ne pagarono le conseguenze. Ma questa è un’altra storia, e ne parleremo domani.

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